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Pizza indigeribile

Uno passa la mattinata a sentire una docente del MIT di Boston spiegare come l’innovazione territoriale passi attraverso la sinergia tra università, imprese e istituzioni pubbliche.

Poi si connette a Internet e scopre che sottosegretario alla Ricerca Scientifica e Tecnologica è stato nominato Giuseppe Pizza.

Se ne parla (male) anche qui.

Tutti gli uomini del Presidente

Adesso che i ministri del governo Berlusconi IV sono stati resi noti, il giochino si presta facile e ozioso: dare le pagelle preventive. Non mi sottrarrò, premettendo però che non si può trattare di un’analisi seria:

Frattini (Esteri). Una provata esperienza internazionale senza grossi scivoloni. Non è un dicastero tecnico e probabilmente tra le file del centrodestra non si poteva pescare di meglio.

Maroni (Interni). Il ritorno al Viminale dopo 14 anni. L’ex enfant prodige della Lega è una persona ragionevole. Speriamo che si dimentichi della pochette verde e usi moderazione nella gestione dell’ordine pubblico.

Tremonti (Economia). Non si può parlare di cattiva sorpresa: lo si sapeva infatti già da molte settimane. Il colbertismo in salsa protezionistica.

Scajola (Attività Produttive). Un ritorno dopo la scialba esperienza del 2005. Ha tutta l’aria di essere una scelta d’apparato.

Sacconi (Welfare). Già sottosegretario, promosso sul campo. Umanamente non mi sta simpatico e politicamente non mi piace: ma almeno è competente in materia di lavoro. Avrà anche le deleghe su Famiglia e Solidarietà sociale: il passato socialista mette al riparo da derive filoclericali.

La Russa (Difesa). E chi, altrimenti? Italo Balbo è vivo e lotta insieme a noi.

Alfano (Giustizia). Giovane e simpatico al capo. In attesa di vederlo all’opera, un merito ce l’ha: aver riconsegnato Marcello Pera all’armadio dei cimeli.

Matteoli (Infrastrutture). Dall’Ambiente alle Infrastrutture. Dr. Jekyll and Mr. Hyde.

Prestigiacomo (Ambiente). Nessuna specifica competenza in materia, ma troppo laica per la Sanità, dove invece finirebbe (da viceministro) Brambilla, sinora accreditata per succedere a Pecoraro Scanio. Questa nomina ha l’aria di essere una sostituzione dell’ultimo minuto. E non lascia ben sperare.

Zaia (Politiche Agricole). Leghista rampante, figlio politico del trevigiano Gentilini. Con un padano all’agricoltura, mi aspetto scintille in sede europea sulle quote latte.

Bondi (Beni Culturali). E’ lì perché per anni ha protetto l’immagine di Berlusconi come una reliquia. Se non altro gli servirà da esperienza con il patrimonio artistico.

Gelmini (Istruzione). Giovane coordinatrice lombarda di Forza Italia, è descritta come una decisionista mai sopra le righe. Da vedere all’opera.

Bossi (Riforme). Un ministero-megafono. Non poteva andare meglio. A lui.

Fitto (Affari Regionali). La protesi ha fatto carriera, ma la poltrona scotta: se il federalismo fiscale verrà attuato, le sue fortune politiche in Puglia saranno compromesse.

Vito (Rapporti con il Parlamento). Sin dalla campagna elettorale del 2001, quando toglieva continuamente la parola all’interlocutore, la capacità di mediazione non sembra essere il suo forte: scelta ovvia, in tempi di subalternità delle Camere all’esecutivo.

Ronchi (Politiche Comunitarie). Negli ultimi giorni ha sfilato la poltrona promessa a Poli Bortone. Sarà la bocca e le orecchie di Fini in consiglio dei Ministri.

Brunetta (Funzione Pubblica e Innovazione). Per abbreviare i tempi della burocrazia si è partiti dall’accorciare il ministro. La prima buona innovazione è che non ci sia Stanca.

Rotondi (Attuazione del Programma). Superflui. Entrambi.

Meloni (Politiche Giovanili). Giovane lo è, politica pure. Si basta da sola.

Calderoli (Semplificazione). Dopo le polemiche di Gheddafi jr, si è messo in un cantuccio togliendo le castagne dal fuoco alla Farnesina. Forse il nome del ministero significa quello: non deve fare casino e basta.

Carfagna (Pari Opportunità). OK. Però ora voglio vedere se mettono Adriana Poli Bortone a Buona domenica.

La lotta agli evasori passa dal web

In silenzio, oggi cade un muro: con una decisione inaspettata, l’Agenzia delle Entrate ha messo online le dichiarazioni dei redditi presentate da tutti i cittadini, dal padrone delle ferriere al vicino di casa che magari fa l’artigiano ma si è comprato il Cayenne.

Secondo quanto dichiarato dal direttore dall’Agenzia delle Entrate Massimo Romano e dal viceministro uscente Vincenzo Visco, si tratta di un’iniziativa legittima che adegua la situazione italiana a quella del resto d’Europa, dove misure analoghe hanno fornito uno strumento di contenimento dell’evasione fiscale basato sul mutuo controllo sociale.

In effetti, le modalità sono state piuttosto brutali, ma credo che la scelta di rendere note le imposte vada nella direzione giusta. Le polemiche sono però divampate immediatamente: l’ADOC ha denunciato la violazione della privacy, la fantomatica associazione Popolo della Vita-Corrente dei Valori ha benedetto il voto che ha liberato l’Italia dal “regime della sinistra“. Addirittura Beppe Grillo denuncia che il provvedimento “è stato suggerito dalla ‘ndrangheta, dalla mafia, dalla camorra e dalla sacra corona unita” perché “i rapimenti di persona saranno facilitati, il pizzo potrà essere proporzionato al reddito dichiarato. La criminalità organizzata non dovrà più indagare, presumere“.

In realtà, ammesso che i rapitori scelgano le loro vittime sulla base delle dichiarazioni dei redditi e non del loro stile di vita, presso gli uffici di ogni Comune già da molti anni sono consultabili le dichiarazioni di tutti i residenti, cosicché chi ha interesse a disporre di certi dati può procurarseli senza alcuna difficoltà. Non si capisce bene perciò se le accuse strampalate del comico genovese siano segno del suo populismo (che come è noto fa leva sulla paura) o del fatto che adesso è noto a tutti che nel 2005 ha guadagnato 11.700 euro. Al giorno.

Edit: il Garante della Privacy ha bloccato l’iniziativa in attesa di chiarimenti. Per coerenza, adesso dovrebbe bloccare anche la consultazione degli stessi dati presso gli uffici comunali.

Pausa blog

Il blog chiude per qualche giorno causa trasferta di lavoro. Arrivederci al 29 aprile, Alitalia permettendo.

Molablogstock 3 - l’armistizio

Terminate le “ostilità” elettorali, penso che sia tornato il momento di riproporre - e magari organizzare anche! - il raduno dei blogger molesi e dei nostri amici dei dintorni. I commenti a questo post sono perciò a disposizione per raccogliere adesioni e suggerimenti sul posto (e lo sappiamo già…), la data e le modalità dell’incontro.

Ah… fino al 30 aprile non sarò disponibile: propongo quindi il primo o il secondo weekend di maggio. Fatemi sapere!

Buonanotte all’Italia

Ieri, nell’ultima apparizione televisiva prima del silenzio elettorale, il principale esponente etc. etc. ha lanciato il consueto colpo d’artificio che da 15 anni conclude le sue campagne elettorali: ma stavolta non la promessa di portare l’IRPEF al 30% o il Contratto con gli Italiani, e nemmeno l’abolizione dell’ICI come due anni fa. Contando sul fatto che gli italiani sono un popolo di automobilisti stavolta ha promesso nientepopodimeno che il taglio del bollo auto.

Sì, quella tassa fastidiosa che mediamente costa 13 euro al mese.

Di più: la riduzione sarà “graduale” e per giunta “a partire dal terzo anno” di mandato, “sempre che lo stato dei conti lo permetta“. Insomma, a detta di tutti il fuoco d’artificio stavolta è praticamente un petardo bagnato e non escludo che l’elettorato meno politicizzato che contava sulla promessa al fotofinish per lasciarsi convincere a votare per lui possa sentirsi preso in giro da una concessione così modesta, soprattutto visto che la gestione di un’auto è onerosa soprattutto per la RC auto e i carburanti, su quali sono stati invece i governi di centrosinistra a intervenire, iniziando ad accrescere la trasparenza del settore assicurativo e riducendo per due volte le accise.

Per finire, c’è un aspetto su cui nessuno mi sembra abbia fatto attenzione: dal 1999 il bollo auto è una tassa regionale e non viene quindi pagata allo Stato. Non so se l’anziano leader del centrodestra abbia voluto prendere in giro gli italiani, o se si sia trattata di un’affermazione fatta per ignoranza o smemoratezza. Sono certo però che i propugnatori del federalismo fiscale, che sta nei programmi del Popolo delle Libertà, non faranno mancare la loro protesta di fronte al rischio di un ennesimo scippo di Roma ladrona.

Lo Stato ha il diritto di pretendere che nelle moschee le preghiere si facciano in italiano perché così saremmo sicuri che si tratti di predicazione religiosa e non d’istigazione all’odio nei confronti delle altre religioni”. Lo ha affermato in un comizio a Frosinone l’ex presidente di AN Gianfranco Fini.

Che per affrontare il tema dell’immigrazione si scelga come palcoscenico proprio la multiculturale Ciociaria sembrerebbe denotare solo una cosa: il Popolo delle Libertà ha una maledetta paura che nel Lazio La Destra di Storace gli sottragga i voti necessari ad aggiudicarsi il premio regionale e i cinque senatori in più che esso assicurerebbe. Tuttavia questa sarebbe una lettura ingenerosa: si sa che Fini è di tutt’altra pasta dai soliti politici perché crede alle cose che dice.

E dunque che significa una simile dichiarazione? Di sicuro, dopo aver bevuto alla fonte benedetta di Fiuggi, il Nostro non ha nulla a che spartire con il suo passato da delfino di quell’Almirante che firmò il Manifesto della Razza. Perciò la dichiarazione di ieri non discrimina i musulmani d’Italia, ma invece è da ritenersi automaticamente estesa a tutti i culti religiosi.

Così, avremo presto i cattolici tradizionalisti che si vedranno vietato dalla questura il diritto a celebrare la messa in latino, e Ratzinger per ripicca toglierà la lingua di Dante dalle benedizioni Urbi et Orbi. Gli induisti saranno costretti a recitare i loro mantra in italiano, sebbene con forte accento regionale: a Napoli per esempio il celebre Ohm diventerà probabilmente Iàmme (del resto l’ascesi si può fare anche con la funicolare). Forse persino nei giardini zen compariranno delle moderne colonnine informative recanti le istruzioni per la meditazione tradotte in perfetto italiano. Scritte in stampatello, però, così anche Gasparri le capisce.

Spesso, a contendersi certi bacini elettorali si oltrepassa la soglia del ridicolo, ma dove condurrà il piano inclinato della ricerca del consenso facile? Prevedo che un giorno qualcuno si senta in diritto di imporre anche che le dichiarazioni dei politici possano essere lette solo a voce alta. Così da essere sicuri che nessuno osi rivolgere a mente agli autori di certe scemenze una sonora, prolungata pernacchia.

Affissioni abusive

affissioni_abusive

Ma con tutti gli spazi legali che ci sono, è proprio necessario mettere manifesti dove la legge non lo permette? Se non si tratta di un sabotaggio ma di propaganda elettorale autentica allora è vero che la comunità è permeata da una preoccupante acquiescenza di fronte alla violazione delle regole.

La foto risale a stamattina alle 9 sul lungomare di Mola.

DePILiamoci

“Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del Paese sulla base del prodotto interno lordo. Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.

Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.

Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia, la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere. Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro Paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani”.

Robert Kennedy, 18 marzo 1968 (da Report del 16 marzo)

Il titolo del post è anche quello del volumetto di Roberto Lorusso e Nello De Padova che descrive un modello di sviluppo basato sul benessere interno lordo anziché sul PIL e, attraverso questa mappa causale basata sulla system dynamics, si propone di “mettere in discussione la mentalità che definisce ed organizza la nostra società, di immaginare, individuare e realizzare alternative allo sviluppo fine a se stesso“, in una parola di liberarsi del PIL superfluo.

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