Puer centum annorum: don Bruno Aloia parroco del Novecento
Martedì 5 maggio alle 19.30 presso la chiesa del SS. Rosario a Mola di Bari sarà presentato il volume Puer centum annorum – Don Bruno Aloia parroco del Novecento, edizioni UTE, a cura di A. Giovanna Ungaro.
L’opera si inserisce in un più ampio progetto dell’Università della Terza Età di Mola di Bari finalizzato all’analisi di luoghi, eventi e personaggi che hanno caratterizzato la storia locale. Tramandarne la memoria significa infatti fare storia per ricercare le radici sulle quali è costruita la nostra identità.
Il volume racconta la vita di don Bruno Aloia (1914-2007), parroco del SS. Rosario dal 1946 al 1983 e a lungo tra i protagonisti della vita pubblica molese. Alla sezione biografica segue l’analisi critica delle sue pubblicazioni e una raccolta di testimonianze da parte di chi ha avuto modo di conoscerlo da vicino e ha raccontato episodi che contribuiscono a delineare la complessa personalità del sacerdote molese e ad inquadrarla nei luoghi e nei tempi in cui ha operato.
Nel ripercorrere la sua vicenda umana è stato infatti possibile ricostruire anche i cambiamenti storico-sociali di Mola e, fra le righe, quelli dell’Italia intera lungo tutto il corso del Novecento: dagli effetti sociali della Grande Guerra, all’avvento della Repubblica, dal collateralismo democristiano al Concilio Vaticano II e al fermento, non privo di contestazioni, che ne seguì.
Con le parole della curatrice del volume, il lavoro «non nasce dalla nostalgia o dal mero desiderio di raccogliere i ricordi individuali. Non nasce neanche solo dalla volontà di permettere alle generazioni che seguiranno di conoscere le sfaccettature della personalità di don Bruno. Suo obiettivo è riconoscere - nei racconti, negli aneddoti, nelle storie di vita e nei modi di dire che in qualche modo sono diventati risorse codificate – la memoria collettiva di tutti i molesi».
Non lascia indifferenti l’
Sappiamo che questa è stata usata per secoli come area di mercato, ma a tale scopo sarebbe stata sufficiente l’area tra Palazzo Roberti e la fontana monumentale. Né motivi di sicurezza possono spiegare i 60 metri che separano le antiche mura della città vecchia, fra il torrione e l’inizio di via Vittorio Veneto, dai primi edifici a monte di via Di Vagno. Evidentemente, al di sotto della piazzetta c’è qualcosa che ha impedito l’edificazione su quell’area.
A questo punto acquisiscono un peso diverso le parole che mi furono riferite da uno dei più informati – e purtroppo snobbati – tra i cultori di storia locale, il quale mi raccontò cosa seppe da un vecchio operaio che aveva lavorato alla piantumazione dei pini in piazza: quando essi furono piantati sulla piazzetta (dove ora ci sono le querce), durante gli scavi emersero delle tombe, con le ossa e forse un piccolo corredo di vasellame. Soprattutto, pare che esse non fossero realizzate scavando la roccia o delimitando le sepolture con pietre calcaree, ma usando dei laterizi. Tecnica del tutto inusuale che lascia molti dubbi di datazione.

«Ho trascorso la mia vita ad Istanbul, sulla riva europea, nelle case che si affacciavano sull’altra riva, l’Asia. Stare vicino all’acqua, guardando la riva di fronte, l’altro continente, mi ricordava sempre il mio posto nel mondo, ed era un bene. E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere» (Orhan Pamuk, Nobel per la letteratura 2006).
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