Stato d’emergenza
Forse il periodo di afasia per questo blog è terminato: non è tempo per essere disgustati o assuefatti.
Forse il periodo di afasia per questo blog è terminato: non è tempo per essere disgustati o assuefatti.

Il blog chiude per qualche giorno causa trasferta di lavoro. Arrivederci al 29 aprile, Alitalia permettendo.
“Lo Stato ha il diritto di pretendere che nelle moschee le preghiere si facciano in italiano perché così saremmo sicuri che si tratti di predicazione religiosa e non d’istigazione all’odio nei confronti delle altre religioni”. Lo ha affermato in un comizio a Frosinone l’ex presidente di AN Gianfranco Fini.
Che per affrontare il tema dell’immigrazione si scelga come palcoscenico proprio la multiculturale Ciociaria sembrerebbe denotare solo una cosa: il Popolo delle Libertà ha una maledetta paura che nel Lazio La Destra di Storace gli sottragga i voti necessari ad aggiudicarsi il premio regionale e i cinque senatori in più che esso assicurerebbe. Tuttavia questa sarebbe una lettura ingenerosa: si sa che Fini è di tutt’altra pasta dai soliti politici perché crede alle cose che dice.
E dunque che significa una simile dichiarazione? Di sicuro, dopo aver bevuto alla fonte benedetta di Fiuggi, il Nostro non ha nulla a che spartire con il suo passato da delfino di quell’Almirante che firmò il Manifesto della Razza. Perciò la dichiarazione di ieri non discrimina i musulmani d’Italia, ma invece è da ritenersi automaticamente estesa a tutti i culti religiosi.
Così, avremo presto i cattolici tradizionalisti che si vedranno vietato dalla questura il diritto a celebrare la messa in latino, e Ratzinger per ripicca toglierà la lingua di Dante dalle benedizioni Urbi et Orbi. Gli induisti saranno costretti a recitare i loro mantra in italiano, sebbene con forte accento regionale: a Napoli per esempio il celebre Ohm diventerà probabilmente Iàmme (del resto l’ascesi si può fare anche con la funicolare). Forse persino nei giardini zen compariranno delle moderne colonnine informative recanti le istruzioni per la meditazione tradotte in perfetto italiano. Scritte in stampatello, però, così anche Gasparri le capisce.
Spesso, a contendersi certi bacini elettorali si oltrepassa la soglia del ridicolo, ma dove condurrà il piano inclinato della ricerca del consenso facile? Prevedo che un giorno qualcuno si senta in diritto di imporre anche che le dichiarazioni dei politici possano essere lette solo a voce alta. Così da essere sicuri che nessuno osi rivolgere a mente agli autori di certe scemenze una sonora, prolungata pernacchia.
E si sa, le valigie al ritorno sono sempre più piene.
Questa è una di quelle occasioni in cui si scopre che alle persone ci si affeziona di gran lunga più che alle istituzioni. E dodici anni sono davvero una vita.
Ciao, don Giovanni, e grazie per la tua capacità di ascoltare.
Non so se anche di là si leggono i blog, ogni tanto, ma ci tengo a scriverti nell’eventualità che tu lo faccia. Oggi sono esattamente cento anni che sei nato. E lo hai fatto a casa, su un materasso imbottito di foglie di granturco, quello che molti molti anni dopo bruciammo insieme in campagna, ricordi?
Hai conosciuto tuo nonno che produceva finimenti per il bestiame, hai assistito all’arrivo del cinema a Mola, in piazza sul telo bianco, hai sentito le sirene degli attacchi aerei durante la prima guerra mondiale e visto le macerie delle bombe che colpirono la città. E tu, bambino, eri quasi felice perché, sfollando alla torre, smettesti di frequentare quella scuola che non ti piaceva poi tanto. Iniziasti presto ad andare a bottega, dal fabbro, e a 15 anni provasti anche a fare “l’imprenditore”: però, dài, mettere i pezzetti di fil di ferro sui binari della ferrovia per realizzare degli aghi da vendere di nascosto a buon mercato non era, ammettilo, una saggia idea…
Meglio imbarcarsi, unico della famiglia, anche se immagino quanta fatica fare il fuochista sulle navi a carbone, specie d’estate, ai tropici, quando avevi solo un litro d’acqua al giorno. E che rischio fu naufragare e rimanere disperso per più giorni. Ma così hai potuto vedere l’America e l’Europa, l’Africa, l’India e il Giappone.
Vedesti anche Palermo, ma non fu di sicuro un bel ricordo: le bombe americane sulla testa fischiavano forte sul porto proprio mentre tu, a terra, avevi da consegnare quella lettera segretissima del comandante. Quanto mi impressionò sentirti raccontare che, per paura di essere colpito e lasciarne il messaggio alla portata di chiunque, preferisti mangiarla! E poi l’8 settembre e la marcia fino a casa, scalzo, dove arrivasti così malconcio che nemmeno tua sorella poté riconoscerti.
E quel matrimonio troppo breve, quel tuo sogno enigmatico raccontato per lettera poco prima che ti raggiungesse la notizia: era nata una bambina, era sana, ma tua moglie era morta. Dopo qualche anno ti risposasti con nonna e allevaste insieme quella bambina: è stata fortunata, l’hai fatta crescere dandole tutto quello di cui aveva bisogno, ma non negare che sei stato un padre un po’ troppo rigido, eh!
Poi arrivai io e conobbi il tuo sorriso e le tue mani ormai morbide che trattenevano le mie, le partite a carte che inspiegabilmente vincevo sempre, le passeggiate al prato verde, e le scarrozzate sul sellino della tua bicicletta. E mi insegnasti tu a contare: avresti immaginato che ai numeri mi sarei appassionato tanto?
Mi accorgevo che gli occhi ti brillavano quando parlavi di me. Ma, credimi, valeva anche il reciproco. Peccato solo non aver capito che il saluto che ci scambiammo prima che io partissi in vacanza avrebbe in realtà preceduto un viaggio molto più lungo. Ma ho sempre saputo che, sia pure in silenzio, mi saresti rimasto accanto.
La terra della libertà. Così il professore che mi ha fatto arrivare a Los Angeles definisce gli Stati Uniti: perché si può parlar male del Presidente senza essere discriminati (“mentre invece voi in Europa…“), perché si può sorpassare a destra o svoltare col rosso se non arriva nessuno e i novantenni rinnovano la patente ogni dieci anni come tutti tranne se investono qualcuno, perché se paghi puoi scegliere la targa col tuo nome, perché nessuno si meraviglia di incontrare in ufficio colleghi in pantofole di spugna o pronti a fare un tuffo in piscina durante la pausa pranzo (è giusto lì sotto… perché aspettare?).
E perché il campus ha studenti cinesi, indiani, greci e ciascuno vi trova un ristorante che porta la bandiera del proprio Paese (ma i camerieri no, chissà perché quelli sono tutti latinos). Perché puoi prendere gratis tutte le bustine di ketchup che desideri (“mentre invece voi in Europa…“) e stabilire tu quanto ghiaccio mettere nel bicchiere di Pepsi. Perché puoi scegliere tra venti gusti di acqua minerale e dieci colori di salsine da insalata (no, il gusto no: è sempre uguale). Perché servono tre minuti e una stretta di mano ad aprire un conto corrente e nemmeno sanno cosa siano le spese di chiusura conto. Perché puoi pagare plastic, con la carta di credito, dove voi e per qualunque importo e alla cassa sorridono sempre e ti salutano dicendo “have a good day“.
Perché tutti sono liberi di essere ottimisti e sfidare la sorte e scegliere di non fare l’assicurazione sanitaria. O di mangiare messicano senza aver prima ordinato da bere.
Bravo Scaroni!
Da noi invece il risparmio energetico si fa spegnendo l’aria condizionata dalle 13 alle 16… Posto che vige l’orario continuato, possibile che nessuno sappia che il costo energetico per raffreddare un ambiente bollente non è inferiore a quello necessario a tenere fresco per tre ore un ambiente già fresco? Accendere alle 10 anziché alle 7.30 no, eh?
Ecco perché il pomeriggio torno a lavorare a casa. Potenza del telelavoro…
Scriverne mentre a Londra vanno ancora alla ricerca di autobombe pronte a esplodere parrebbe fuori luogo, ma la trafila burocratica che gli USA hanno introdotto per l’accesso temporaneo nel loro Paese ha qualcosa di paranoico e alienante.
E’ noto infatti che una delle conseguenze dell’11 settembre 2001 è stato l’inasprimento delle misure nei confronti dell’ingresso di stranieri negli Stati Uniti. Così anche agli alleati italiani è stato imposto il passaporto elettronico. Ma se si intende soggiornare per più di tre mesi questa misura non basta più e il visto si fa necessario. Non si tratta però di un visto qualunque, come quelli richiesti da Russia e Iran, Cina e Arabia Saudita: gli americani hanno bisogno di interrogare di persona tutti, anziani e bambini, chi vorrebbe trattenersi oltreoceano per motivi di studio e chi lo fa per motivi di salute. Pazienza se in Italia ci sono solo 4 consolati dove potersi recare e che Napoli non è poi dietro l’angolo: molta più pazienza è necessaria per accettare che tutti i 60 colloqui giornalieri siano fissati alle 8 di mattina. In sostanza, un giorno e mezzo e un sacco di soldi da mettere in conto per il colloquio.
Prima però c’è da preparare la documentazione, ed è lì che si scatena l’inferno: moduli, moduli e moduli nei quali dichiarare di non far parte di associazioni terroristiche e di non aver evaso le tasse scolastiche negli USA, di non aver mai preso parte ad attentati (“né come esecutore né come vittima“) e di non avere conoscenze particolari nell’ambito della chimica. E poi: tutte le scuole frequentate (“incluso il recapito telefonico attuale“: e se la scuola non esiste più?), tutti i Paesi visitati, tutte le “associazioni, partiti, sindacati o istituti di carità ai quali si è stati iscritti o si è contribuito economicamente“, tutti i parenti e affini fino al 3° grado, i contatti negli USA e “due persone nel comune di residenza non legate da vincoli di parentela in grado di testimoniare la veridicità delle presenti dichiarazioni“. E in più ai moduli vanno allegate dichiarazioni dei redditi, lettera del datore di lavoro, atti di compravendita di immobili, buste paga ed estratti conto bancari degli ultimi tre mesi. Tempo necessario per la documentazione: altri due giorni di lavoro.
Infine, le spese vive: 100 dollari di diritti consolari, 127 per l’iscrizione alla banca-dati dell’Immigration Office, oltre 10 euro di telefonata per prenotare il colloquio in consolato (è un numero telefonico speciale 899), e 1,50 euro di francobolli: sì, perché alla fine del colloquio si lascia il passaporto in consolato. Ottenuto il visto, arriverà – forse - a casa per posta prioritaria, ovviamente a rischio del destinatario. Altre modalità di spedizione, sia pure a carico di chi richiede il visto, non sono ammesse.
Torno in Turchia, stavolta per lavoro. Arrivederci a venerdì prossimo.
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