Il perdono del papa ovvero: “Graecia capta ferum victorem cepit”
Come osserva oggi Filippo Di Giacomo su La Stampa, la revoca della scomunica papale per i vescovi lefebvriani è avvenuta a 50 anni esatti dall’annuncio di Giovanni XXIII dell’indizione del Concilio Vaticano II, le cui determinazioni furono causa profonda dello scisma dei tradizionalisti, palesatosi solo nel 1988 con la consacrazione di quei vescovi senza il necessario placet papale.
I seguaci di monsignor Lefebvre sono noti soprattutto per il rifiuto di usare di norma le lingue correnti in luogo del latino nelle celebrazioni, come prescritto dal Concilio. Ma il mantenimento dello scisma su questo aspetto liturgico avrebbe di per sé ben poca ragion d’essere dopo che Benedetto XVI, nel 2006, ha riammesso motu proprio l’uso del vecchio messale tridentino. In realtà, la frattura generatasi con il Concilio correva molto più in profondità, e toccava alcuni aspetti essenziali nel ruolo della Chiesa nel mondo.
Non è un mistero che Lefebvre non sottoscrisse la dichiarazione conciliare Nostra Aetate che, nell’assicurare alcune aperture alla libertà religiosa, chiuse ogni spiraglio di legittimità all’antigiudaismo su base teologica che pure aveva contraddistinto la Chiesa cattolica in anni non troppo lontani. Di più: i tradizionalisti tutt’oggi rifiutano l’idea di una società e di una politica autonome dalla religione, e anzi avversano la definitiva rinuncia all’esercizio del potere temporale che lo stesso Concilio intese affermare. Di qui la loro radicale avversione a tutti i pontefici dopo Pio XII, considerati senza mezze misure usurpatori del trono petrino.
Su questi aspetti, va registrato che da parte dei membri della Fraternità Sacerdotale San Pio X non vi è stato alcun passo indietro, né mediante documenti ufficiali né mediante dichiarazioni ufficiose (benché stiano dimostrando di essere piuttosto ciarlieri…). Salvo qualche datato richiamo generico all’obbedienza nei confronti dell’autorità papale, l’unico atto formale consiste infatti nella lettera di scuse del loro leader per le affermazioni negazionistiche di mons. Williamson: una lettera che, a partire dalla scelta di indirizzarla al pontefice anziché ai destinatari delle persecuzioni negate, non riconosce gli ebrei (e con loro a tutte le minoranze perseguitate) come interlocutori, confermando di fatto il passaggio dell’intervista secondo il quale “l’antisemitismo può essere cattivo solo quando è contro la verità. Ma se c’è qualcosa di vero non può essere cattivo“.
A questo punto si impongono alcuni interrogativi relativamente al significato del perdono papale per i levebvriani senza che questi paghino alcun dazio, sia pur formale, per la lacerazione dell’unità della Chiesa: è l’ennesimo inciampo nella strategia della curia vaticana, incapace – da Ratisbona in poi – di prevedere gli effetti delle proprie azioni? E’ da intendersi come l’accettazione all’interno della Chiesa dell’esistenza di posizioni in conflitto con il magistero, e la fine delle condanne comminate ai teologi eterodossi? Si spiega con una scelta di realpolitik, in base alla quale la riaffermazione dell’autorità del Papa ha un peso maggiore dell’unità dottrinaria? Oppure fa parte di una strategia di ritrattazione dell’impianto ecclesiologico sul quale l’intero Concilio è stato costruito, strategia peraltro in linea con i reiterati tentativi dell’attuale pontefice di fornirne “la corretta interpretazione”?
L’appello, firmato da 67 docenti e condiviso da molti altri, è di quelli destinati alla prima pagina dei giornali: papa Benedetto XVI non tenga il discorso inaugurale all’apertura del nuovo anno accademico dell’università La Sapienza di Roma, perché, secondo le
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