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Il partito di Veltroni

sabato 21 aprile 2007

Per qualche strana coincidenza, mentre Prodi annunciava a Roma che al termine della legislatura lascerà la leadership dell’Unione (e nessuno gli ha chiesto di ripensarci), a Firenze quello che fu suo delfino durante il primo – e più fortunato – governo di centrosinistra infiammava la platea del congresso dei DS con un intervento che forse è stato qualcosa di molto vicino ad un’investitura da leader del nuovo Partito Democratico.

Walter VeltroniNei giorni scorsi il dibattito si era bizzarramente ingessato attorno a due questioni piuttosto marginali: da un lato la collocazione internazionale del PD e i legami con il socialismo europeo, dall’altro la definizione del ‘Pantheon’, nel quale sono stati evocati tutti, Kennedy e Zaccagnini, Craxi e Berlinguer, e perfino Ciampi (che forse avrà fatto i debiti scongiuri). Su questi punti, Veltroni ha tagliato corto: “Ognuno ha dentro di sé i propri modelli” e poi “erano forse socialisti Gandhi e Martin Luther King?” ed ha riportato al centro la questione dei contenuti al di là delle etichette: “Non sono le parole che ci definiscono, ma le cose che facciamo e i valori in cui crediamo”. Ovvio, ma in questi giorni non l’aveva detto nessuno.

Il sindaco di Roma dedica quindi l’ultima, e forse più importante, risposta a coloro che lamentano l’attuale autoreferenzialità della politica, incapace di aprirsi alla concretezza della società. Un sentimento ben sintetizzato dalle parole di Ivan Scalfarotto, che così è intervenuto oggi a Firenze: “L’arte di governare è anche l’arte di leggere e di comprendere i fenomeni sociali, e di farlo non soltanto con la testa, ma anche con l’istinto, con lo stomaco. Una cosa è regolamentare le cose che abbiamo appreso da adulti, che comprendiamo razionalmente ma costituiscono fatalmente un luogo lontano da sé; ben diverso e naturale è invece gestire il mondo nel quale siamo cresciuti, che ci appartiene totalmente per consuetudine e per familiarità […]. Bisogna fare in modo che l’Italia sia governata da una politica che le assomigli, perché nessuna politica può essere una buona politica se non ha la faccia, le attese, l’espressione e i colori delle persone che governa”.

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Categorie:Italia, politica
  1. sabato 21 aprile 2007 alle 18:15

    …penso che, ben oltre le dichiarazioni, il Partito Democratico diventerà uno strumento tecnocratico di Governo e di Amministrazione. Niente di più. Di “Politica” ci sarà ben poco.
    A Sinistra invece stanno svendendo un grande percorso di emancipazione culturale ad una sommatoria di ceto politico (tra Rifondazione, PdCi, sinistradiesse ed anime varie).
    Io rimango dell’opinione che il problema della Politica non è un problema di contenitori, ma di “contenuto”. E le “pratiche” nessuno le vuole (o le sa, come aggiungerebbe Franko) affrontare.

  2. domenica 22 aprile 2007 alle 2:02

    Su questi punti, Veltroni ha tagliato corto: “Ognuno ha dentro di sé i propri modelli” e poi “erano forse socialisti Gandhi e Martin Luther King?

    Infatti Gandhi era anarchico.

  3. domenica 22 aprile 2007 alle 10:23

    Francesco, il rischio della tecnocrazia c’è tutto, ma non credo riguardi il Partito Democratico più di altre formazioni.
    Condivido però la tua ultima frase: sinora il dibattito sul contenuto è stato estremamente flebile e va potenziato. Il rischio, altrimenti, è quello di fare un “altro” partito, non un partito veramente nuovo nella capacità di ‘assomigliare’ alle persone che intende rappresentare.

  4. domenica 22 aprile 2007 alle 12:28

    …nicò la tecnocrazia per il Partito Democratico non è un rischio ma è un dato di fatto. Il PD nasce soprattutto dalle esperienze amministrative fatte da assessori e consiglieri nell’ambito dell’Ulivo. Non c’è un progetto politico ma solo una storia di “governo”. Ed un contenitore che nasce con questi presupposti non può fare altro che rappresentare questi presupposti. Lo stesso Salvati quando nel 2003 lanciò l’idea sul Foglio lo fece non analizzando una necessità degli elettori, ma calcolò una esigenza di “stabilità” di Governo.
    Niente di più…

  5. Last Diamond
    domenica 22 aprile 2007 alle 14:49

    Così lontano, così vicino. Così lontani, così vicini…

  6. domenica 22 aprile 2007 alle 17:16

    Ammetto di non aver letto l’articolo di Salvati, ma mi arrischio a risponderti, provando anche a ribaltare la prospettiva: il PD – ricordi – nasce per garantire stabilità e continuità alle diverse esperienze di governo. E allora? A cosa serve un partito, oggi, a quali bisogni intende dare risposta?
    Un secolo fa, i grandi partiti di massa, socialisti o cattolico-popolari, nacquero “come comunità di aspirazioni ideali ed esclusive, fautrici di modi di lavoro e di vita quotidiana, e luoghi primari essi stessi in cui praticare il modo di vita auspicato. Non erano pensati per vincere le elezioni e governare, ma per corrispondere a una concezione del mondo: e se per alcuni il governo era lo strumento essenziale, per altri era una funzione estranea, o una tappa strumentale verso un’altra società” (A. Sofri su Repubblica di oggi).
    Non credo che questa prospettiva oggi sia ancora valida: le sfide alle quali la politica (di destra e di sinistra) è chiamata nei prossimi decenni riguardano, per esempio, la salvaguardia e l’equa distribuzione delle risorse (naturali e non solo), il multiculturalismo (e, prima ancora, la sua accettazione come metro per regolare i rapporti tra gruppi), la sicurezza sociale di fronte a dinamiche economiche che coinvolgono gli antipodi del Globo.
    Dal mio punto di vista (che peraltro è quello di chi non ha mai sviluppato una riflessione su questi temi) richiamarsi, come hanno fatto i partiti del novecento, ad un filone politico-culturale omogeneo, per quanto corposo, presenta il rischio della semplificazione e della subordinazione di certi temi ad una visione del mondo troppo rigida e ingessata, come i geografi medievali che volevano mettere la teologia nelle mappe geografiche.
    Viceversa il PD – o qualunque altra formazione politica – potrà assolvere bene il suo ruolo se riuscirà ad elaborare una sintesi ampia ma “laica” (cioè richiamandosi a sorgenti politico-culturali diverse) senza perdere il rapporto con la realtà, come invece accade in certe tecnocrazie.

  7. lunedì 23 aprile 2007 alle 8:10

    scusate se faccio sprofondare il livello della vs discussione ma l’irruzione annunciata di Veltroni nel PD è la conferma di quanto penso da tempo.
    Che un amerikano doc come Veltroni, facesse fondare il PD dal suo direttore (Prodi) e dal suo cameriere (Rutelli) per prenderne il comando era chiaro da tempo.
    Meno prevedibile era la fuoriuscita a rotta di collo dalla sinistra di Fassino e co., ma, prendendo a prestito le parole di Diliberto, visto che “le mani insanguinate di Bush” le stringevano con la stessa disinvoltura prima Berlusconi e poi D’Alema, beh, forse a quel punto fare 2+2 diventava scontato.
    Comunque, benvenuto PD. Un partito nuovo che non si è ancora formato ma ha già portato due importanti novità:
    – pochissime donne nel comitato organizzatore;
    – Rutelli che assicura: non si litigherà per la leadership.

    e se il buon giorno si vede dal mattino …. http://www.repubblica.it/2007/04/sezioni/politica/congresso-margherita/correntidl/correntidl.html

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