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Chi siete? dove andate? un fiorino!

sabato 30 giugno 2007

Scriverne mentre a Londra vanno ancora alla ricerca di autobombe pronte a esplodere parrebbe fuori luogo, ma la trafila burocratica che gli USA hanno introdotto per l’accesso temporaneo nel loro Paese ha qualcosa di paranoico e alienante.

passportE’ noto infatti che una delle conseguenze dell’11 settembre 2001 è stato l’inasprimento delle misure nei confronti dell’ingresso di stranieri negli Stati Uniti. Così anche agli alleati italiani è stato imposto il passaporto elettronico. Ma se si intende soggiornare per più di tre mesi questa misura non basta più e il visto si fa necessario. Non si tratta però di un visto qualunque, come quelli richiesti da Russia e Iran, Cina e Arabia Saudita: gli americani hanno bisogno di interrogare di persona tutti, anziani e bambini, chi vorrebbe trattenersi oltreoceano per motivi di studio e chi lo fa per motivi di salute. Pazienza se in Italia ci sono solo 4 consolati dove potersi recare e che Napoli non è poi dietro l’angolo: molta più pazienza è necessaria per accettare che tutti i 60 colloqui giornalieri siano fissati alle 8 di mattina. In sostanza, un giorno e mezzo e un sacco di soldi da mettere in conto per il colloquio.

Prima però c’è da preparare la documentazione, ed è lì che si scatena l’inferno: moduli, moduli e moduli nei quali dichiarare di non far parte di associazioni terroristiche e di non aver evaso le tasse scolastiche negli USA, di non aver mai preso parte ad attentati (“né come esecutore né come vittima“) e di non avere conoscenze particolari nell’ambito della chimica. E poi: tutte le scuole frequentate (“incluso il recapito telefonico attuale“: e se la scuola non esiste più?), tutti i Paesi visitati, tutte le “associazioni, partiti, sindacati o istituti di carità ai quali si è stati iscritti o si è contribuito economicamente“, tutti i parenti e affini fino al 3° grado, i contatti negli USA e “due persone nel comune di residenza non legate da vincoli di parentela in grado di testimoniare la veridicità delle presenti dichiarazioni“. E in più ai moduli vanno allegate dichiarazioni dei redditi, lettera del datore di lavoro, atti di compravendita di immobili, buste paga ed estratti conto bancari degli ultimi tre mesi. Tempo necessario per la documentazione: altri due giorni di lavoro.

Infine, le spese vive: 100 dollari di diritti consolari, 127 per l’iscrizione alla banca-dati dell’Immigration Office, oltre 10 euro di telefonata per prenotare il colloquio in consolato (è un numero telefonico speciale 899), e 1,50 euro di francobolli: sì, perché alla fine del colloquio si lascia il passaporto in consolato. Ottenuto il visto, arriverà – forse – a casa per posta prioritaria, ovviamente a rischio del destinatario. Altre modalità di spedizione, sia pure a carico di chi richiede il visto, non sono ammesse.

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Categorie:diario, Stati Uniti
  1. lunedì 2 luglio 2007 alle 8:58

    E se anche noi (italiani o europei) utilizzassimo lo stesso trattamento verso i cugini a stelle e stirsce?

  2. Frisbee
    giovedì 5 luglio 2007 alle 19:25

    Le procedure sono senz’altro restrittive, ma chi ha subito l’11 settembre non può non stare molto attento a chi entra nei propri confini. Se uno vuole andare negli USA lo deve mettere in conto. Sennò, se ne sta a casa.

  3. giovedì 5 luglio 2007 alle 19:46

    Non contesto tanto l’ammontare delle informazioni richieste ma il modo di gestirle e l’organizzazione generale del ‘servizio’.

    Chi ha lasciato la documentazione in consolato alle 11 (e ha insistito perché il passaporto gli venisse restituito a mano…), alle 16 aveva il visto: credi che tutte le informazioni richieste siano state davvero analizzate per tutti?? O ritieni che i controlli a campione siano in grado di garantire davvero la sicurezza?

    Questa procedura farraginosa dimostra solo la vittoria di chi (da Bin Laden in giù) aveva interesse a far prevalere il sentimento di paura permanente. Non sevono più attentati clamorosi: lo scopo è raggiunto.

  4. Frisbee
    venerdì 6 luglio 2007 alle 7:47

    Mo’ ci mettiamo a sindacare sull’organizzazione interna delle procedure di uno Stato sovrano…..

    Mmmaaahhhh….

  5. venerdì 6 luglio 2007 alle 9:47

    Preferisco esercitare la mia megalomania in modo più produttivo che fare il consigliere volontario di Bush… Ma per deformazione professionale sono abbastanza attento al business process reengineering e l’emissione dei visti per come l’ho vissuta io mi sembra inefficace e costosa (in termini di risorse e denaro).
    Ovviamente gli USA sono liberi di continuare ad adottare il processo attuale, ma alla luce di questa mia esperienza personale mi do anche una risposta alle parole dell’ambasciatore statunitense in Italia, Ronald Spogli, che ha denunciato i limitati investimenti delle imprese italiane negli USA e viceversa.

    Senza contare le implicazioni psicologiche che richiamavo alla fine nel mio precedente commento, e sulle quali probabilmente ti trovi d’accordo con me.

  6. Frisbee
    venerdì 6 luglio 2007 alle 20:46

    Business process reengineering…. ma stiamo parlando delle procedure interne di uno Stato straniero….. Cerchiamo di avere il senso della misura…. e della modestia….

    Saranno pure c… loro sul come vogliono spendere il loro danaro….

    E che c’entrano i limitati investimenti reciproci con la storia del visto????

    Mmmmaaaahhhhh……

  7. sabato 7 luglio 2007 alle 15:20

    Spero che non abbia equivocato il senso del termine BPR: non si riferisce solo ai processi di ‘business’, come il termine lascerebbe intuire, ma si occupa anche di quelli di natura amministrativa qual è la concessione di un visto.
    E poi, non capisco perché invochi la modestia: ho detto l’attenzione ai processi è un ‘riflesso condizionato’ dovuto al fatto che mi capita di occuparmene per lavoro, non mi sono avvalso di nessuna patente speciale di competenza per farmi un’opinione su un servizio di cui sono stato utente. Secondo me è organizzato in maniera inutilmente vessatoria, e i costi elevati che (io!) ho dovuto sopportare ne sono un indicatore abbastanza inopinabile.

    Peraltro, non mi preme convicerti del contrario 😉

  8. Frisbee
    sabato 7 luglio 2007 alle 15:27

    Per carità sei libero di pensarla come vuoi. Sto cercando semplicemente di dirti che uno Stato sovrano si organizza come crede, con le procedure interne che ritiene più appropriate. Se uno vuole ottenere un visto da quello Stato per recarvisi in vista, deve sottostare a quelle procedure. Altrimenti rinuncia. Tutto qua.

  9. Frisbee
    sabato 7 luglio 2007 alle 15:28

    volevo dire: recarvisi in visita.

  10. arwenh
    giovedì 16 agosto 2007 alle 9:06

    anche io concordo con nicolabel. l’ammontare di tutte queste procedure mi sembra uno spreco di tempo e denaro. concordo anche sul fatto che il sentimento di paura che pervade gli USA dopo 9/11 sia esattamente quello che Bin Laden (o lo stesso Bush.. chissa’) voleva ottenere.

    cmq forse ti conveniva fare come hanno fatto alcuni miei colleghi, cioe’ prima dello scadere del terzo mese tornavano in Italia per un periodo (anche x staccare dal PhD) e poi ritornavano dopo qualche settimana. Se riesci a conciliare i come-back-home con la scadenza del permesso eviti la trafila del visto.

    in goni caso… tutto cio’ e’ assurdo!

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