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La lingua di Dio. E le parole di Fini

lunedì 7 aprile 2008

Lo Stato ha il diritto di pretendere che nelle moschee le preghiere si facciano in italiano perché così saremmo sicuri che si tratti di predicazione religiosa e non d’istigazione all’odio nei confronti delle altre religioni”. Lo ha affermato in un comizio a Frosinone l’ex presidente di AN Gianfranco Fini.

Che per affrontare il tema dell’immigrazione si scelga come palcoscenico proprio la multiculturale Ciociaria sembrerebbe denotare solo una cosa: il Popolo delle Libertà ha una maledetta paura che nel Lazio La Destra di Storace gli sottragga i voti necessari ad aggiudicarsi il premio regionale e i cinque senatori in più che esso assicurerebbe. Tuttavia questa sarebbe una lettura ingenerosa: si sa che Fini è di tutt’altra pasta dai soliti politici perché crede alle cose che dice.

E dunque che significa una simile dichiarazione? Di sicuro, dopo aver bevuto alla fonte benedetta di Fiuggi, il Nostro non ha nulla a che spartire con il suo passato da delfino di quell’Almirante che firmò il Manifesto della Razza. Perciò la dichiarazione di ieri non discrimina i musulmani d’Italia, ma invece è da ritenersi automaticamente estesa a tutti i culti religiosi.

Così, avremo presto i cattolici tradizionalisti che si vedranno vietato dalla questura il diritto a celebrare la messa in latino, e Ratzinger per ripicca toglierà la lingua di Dante dalle benedizioni Urbi et Orbi. Gli induisti saranno costretti a recitare i loro mantra in italiano, sebbene con forte accento regionale: a Napoli per esempio il celebre Ohm diventerà probabilmente Iàmme (del resto l’ascesi si può fare anche con la funicolare). Forse persino nei giardini zen compariranno delle moderne colonnine informative recanti le istruzioni per la meditazione tradotte in perfetto italiano. Scritte in stampatello, però, così anche Gasparri le capisce.

Spesso, a contendersi certi bacini elettorali si oltrepassa la soglia del ridicolo, ma dove condurrà il piano inclinato della ricerca del consenso facile? Prevedo che un giorno qualcuno si senta in diritto di imporre anche che le dichiarazioni dei politici possano essere lette solo a voce alta. Così da essere sicuri che nessuno osi rivolgere a mente agli autori di certe scemenze una sonora, prolungata pernacchia.

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  1. lunedì 7 aprile 2008 alle 20:08

    ….. ma non ha cose più serie da fare fini?
    eppure è in campagna elettorale…….
    o questa è campagna elettorale?……
    aaaaaa…. allora continuiamo ad usare la religione…. per scopi elettorali….. bene…bene…….

  2. lunedì 7 aprile 2008 alle 23:14

    …Fini sta cadendo sempre più in basso!

  3. posturanismo
    lunedì 7 aprile 2008 alle 23:59

    Oddio Nicola, ora sei morto. 😀

  4. arwenh
    martedì 8 aprile 2008 alle 14:36

    a parte il fine razzistico anti-terroristico e le baggianate finiane….. credo che i politici dovrebbero premere per l’uso massiccio dell’italiano nella scuola e anche nei luoghi di ritrovo, e dovrebbero mettere i corsi e i test di italiano per la cittadinanza. soprattutto a scuola… perche’ solo cosi’ si favorisce l’integrazione, partendo dai bambini.
    stendo un velo pietoso sulle finalita’ e sul pensiero di fini, che non meritano menzione… ci sono tanti italiani che l’italiano non lo sanno neanche parlare (soprattutto al sud non offendetevi gente del sud vi amo tantissimo ma siete incomprensibili…)

  5. martedì 8 aprile 2008 alle 15:55

    Neanch’io sono contrario all’insegnamento dell’italiano, ma è chiaro che un conto è promuoverne la diffusione e l’insegnamento, un altro impedire l’uso di lingue diverse. Tanto più che il sacro non si presta a “traduzioni”.

  6. Frisbee
    martedì 8 aprile 2008 alle 21:08

    Cara arwenh non venire a farci il solito pistolotto anti-terrone. Guarda che qui, alla nostra latitudine, c’è tanta gente che scrive e parla molto meglio di tanti “ula-ula” delle tue valli circonvicine.

    O i mantra e i paternoster arrivano più facilmente al cielo se declinati con quel birignao che sta a metà tra Torino e Milano????

    Ah! Basta essere nati al di là della linea gotica per credersi padreterni…..

  7. posturanismo
    mercoledì 9 aprile 2008 alle 13:16

    Cara arwenh, qui siamo tutti meridionali e pare che tu ci capisca benissimo! 🙂

    Frisbee mi hai fatto morire… 😀

  8. arwen_h
    sabato 12 aprile 2008 alle 2:35

    sapevo che avrei sollevato polemiche 🙂

    vi giuro su quello che volete, ho conosciuto un avvocato di napoli e non capivo *niente* di quello che diceva, niente, e io gli chiedevo di parlare piu’ piano, di parlare “italiano”… ma lui era proprio disabituato… lui sosteneva che a napoli “si parla in dialetto anche in tribunale”. O_O

    non voglio fare di tutta l’erba un fascio, e’ anche bello se vuoi che i dialetti locali sopravvivano in qualche modo, ma secondo me il troppo stroppia. quando parlano tra di loro due napoletani, o due siciliani, e parlano nel loro modo dialettale, stretto, per me e’ come sentire due turchi, non capisco niente. ecco questo secondo me e’ sbagliato

    mi sono ritrovata a un convegno con gente tutta laureata ecc bravissimi simpaticissimi ma tra loro parlavano con il loro dialetto, e uno che non lo sa e’ escluso…

    almeno, da noi a genova a parte qualche belin (intercalare tipico) ci si capisce tutti, e se uno viene da fuori non ci mettiamo a parlare in dialetto.

  9. sabato 12 aprile 2008 alle 10:06

    Certo che crediamo alla tua esperienza! Però la trovi statisticamente rilevante?
    E soprattutto, è tipica solo del sud? Personalmente, nel Nordest ho avuto esperienze paragonabili alle tue, forse peggiori visto che non si limitavano a parlare dialetto tra loro, ma talvolta lo usavano anche per rivolgersi a me…

  10. Frisbee
    sabato 12 aprile 2008 alle 16:26

    Uhmmmm….. Genova. Cara Arwen, caschi male. Ho vissuto diversi anni a Genova e ne conosco molto bene pregi e difetti.

    Gli “xeneisi” parlano tra di loro (e lo fanno molto spesso) un dialetto strettissimo, altrettanto incomprensibile di quello parlato nei vicoli di Napoli o di Bari. E spesso lo parlano per escludere dal discorso i “furesta”.

    Ammetto che il nostro dialetto (quello pugliese della Terra di Bari, intendo) non sia nè molto fine, nè molto armonioso, e che solitamente in famiglia e tra amici si tende a parlare in un italiano piuttosto maccheronico con forti intercalari.

    Però, un barese di buoni studi (se vuole) è in grado di parlare un italiano senza inflessioni.

    E per quanto mi riguarda, ho sempre superato la prova “tassisti”. “Dottò, ma lei da dove viene? Dal suo accento non si capisce se è del nord, del centro o del sud.”

    Peraltro, il mio professore di lettere alle superiori, a Genova, tanti anni fa, in classe faceva leggere me perchè diceva che “non parlavo col belino in bocca”…. cioè a dire con la cantilena tipica dei liguri.

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