Archive

Archive for the ‘ambiente’ Category

Rocco Palese e il nucleare: chiaro e “inequinocabile”

mercoledì 10 febbraio 2010 4 commenti

Politiche energetiche e centrale nucleare in Puglia: dopo che il governo ha fatto ricorso contro la legge regionale che chiude la porta all’atomo, non si è fatta attendere la videolettera del governatore Nichi Vendola.

Quali invece le opinioni del candidato Rocco Palese?

In questa pagina si trova la fedele trascrizione delle parole del candidato di centrodestra (uno dei due: l’altra è Adriana Poli Bortone, oggi senatrice eletta col Popolo delle Libertà).

Per chi vuole accontentarsi di una sintesi delle frasi di Palese, ecco una delle più eloquenti: «Trovo cioè veramente fuori luogo questa, cioè, infetizzazione, o l’enfatizzazione cioè che se ne fa. Piuttosto invece penso anche qui alle denunce che gli stessi esponenti di centrosinistra fanno per un utilizzo selvaggio rispetto alle autorizzazioni per un utilizzo selvaggio rispetto alla rovina di certi paesaggi, cioè per tante e tante cose che si dicono». Ho visto e rivisto il breve video, ma ammetto di non averla capita.

Comprendo che un candidato alla guida di una Regione negli anni del federalismo fiscale possa avere difficoltà ad esprimersi efficacemente – e non solo in inglese – ma se Palese è contrario all’energia radioattiva cosa gli ha impedito di dirlo con una frase più semplice?

DePILiamoci

giovedì 20 marzo 2008 33 commenti

“Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del Paese sulla base del prodotto interno lordo. Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.

Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.

Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia, la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere. Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro Paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani”.

Robert Kennedy, 18 marzo 1968 (da Report del 16 marzo)

Il titolo del post è anche quello del volumetto di Roberto Lorusso e Nello De Padova che descrive un modello di sviluppo basato sul benessere interno lordo anziché sul PIL e, attraverso questa mappa causale basata sulla system dynamics, si propone di “mettere in discussione la mentalità che definisce ed organizza la nostra società, di immaginare, individuare e realizzare alternative allo sviluppo fine a se stesso“, in una parola di liberarsi del PIL superfluo.

Un’accisa sugli imballaggi?

sabato 12 gennaio 2008 12 commenti

“Nel lungo periodo saremo tutti morti”, ammoniva Keynes. Eppure non si può scambiare il suo celebre detto per un invito a tirare a campare disinteressandosi del futuro non immediato.

Per questa ragione, pur essendo consapevole che l’emergenza rifiuti in Campania possa essere risolta solo con misure di carattere “emergenziale“, e per ciò stesso non le migliori possibili in assoluto, ma il meglio che sia possibile intraprendere con le risorse e i tempi a disposizione, ritengo che una riflessione di prospettive più ampie vada aperta.

Com’è noto, le direttive in materia di rifiuti consistono nelle cosiddette 4R, ossia ridurre l’ammontare delle risorse naturali impiegate nel manifatturiero, riusare i materiali di scarto, riciclare i rifiuti, e infine recuperare l’energia residua. L’ordine non è casuale: finché varranno i principi della termodinamica, l’energia prodotta dalla combustione in termovalorizzatore di una bottiglia di plastica non sarà sufficiente a produrne un’altra ex novo.

La legge attribuisce al livello locale (regioni, province e, sempre più spesso, commissari straordinari) la responsabilità sulle due ultime attività – organizzare la raccolta differenziata, estrarre energia dai rifiuti indifferenziati – e sullo smaltimento finale in discarica degli ulteriori residui. Di sicuro, non solo in Campania ma anche in Puglia molto va ancora fatto per conseguire questo obiettivo, come dimostrano le esperienze positive di altre regioni italiane, capaci di differenziare fino al 70% dei rifiuti prodotti.

Le prime due R – riduzione e il riuso – sono invece affidate per lo più al buon senso dei produttori e dei consumatori. Sarebbe di sicuro più efficace se il loro comportamento venisse positivamente alterato da opportune iniziative di legge. Simili misure hanno trovato parziale applicazione in alcuni ambiti. Per citarne solo due, è di pochi giorni fa la notizia che da quest’anno Australia e Cina si aggiungono al lungo elenco di Paesi dove l’uso delle buste di plastica è vietato o fortemente scoraggiato.

Inoltre, in relazione al consumo energetico, la presenza delle accise fa sì che nell’Unione Europea esso sia compreso tra il 20 e il 35% di quello negli Stati Uniti, pur con standard di vita del tutto paragonabili. Anche ragionando in termini di PIL per unità di energia consumata emerge che non esiste un unico Occidente, ma che invece l’efficienza energetica del vecchio continente è circa doppia rispetto a quella oltreoceano.

Perché non adottare analoghi meccanismi nell’ambito del consumo di risorse? Penso alla possibilità di introdurre significative accise sugli imballaggi nei prodotti al consumo, differenziandole sulla base del peso e del materiale di cui sono prodotti. In questo modo, la propensione all’acquisto dei consumatori sarà alterata in favore dei prodotti con minori imballaggi e le imprese troveranno conveniente introdurre modalità di packaging più rispettose dell’ambiente.

La misura certamente potrebbe determinare un significativo aumento della pressione fiscale. E’ evidente però che essa può essere adeguatamente coordinata con un progressivo alleggerimento delle altre imposte dirette, che oggi con l’IVA colpiscono i consumi indipendentemente dalla loro sostenibilità.

 

Edit: ho appena scoperto che la tassa sugli imballaggi esiste già in diversi Paesi (Norvegia, Finlandia, Svizzera, Paesi Bassi) e che il Parlamento Europeo il 15.11.2001 ha approvato una risoluzione che suggerisce la necessità di modificare la direttiva sugli imballaggi introducendo una tassa sui contenitori in plastica.

Biking in the rain

giovedì 29 novembre 2007 7 commenti

Oggi a Bari pioviggina e fa freddo. Eppure per la prima volta ho visto una manciata di persone che usava la bicicletta per gli spostamenti. Forse è l’effetto positivo dell’introdu- zione del bike sharing, che da settembre permette di prendere una bici in uno dei cinque cicloparcheggi cittadini e lasciarla in qualsiasi altra postazione.

Il successo dell’iniziativa – stimato per difetto in 2500 km percorsi su due ruote nei primi due mesi – ha indotto gli assessorati comunali all’Ambiente e alla Mobilità e quello regionale all’Ambiente, promotori dell’iniziativa, a incrementare l’offerta nel corso dei prossimi mesi. Vedere Bari come Amsterdam o Ferrara non mi dispiacerebbe.

Biofuel. Sì, ma quale?

venerdì 21 settembre 2007 1 commento

Ancora sui temi delle fonti energetiche rinnovabili e degli effetti sul costo degli alimenti, segnalo un interessante approfondimento di National Geographic nel quale si confrontano anche le diverse fonti di biocarburanti (mais, canna da zucchero, colza) in termini di prezzo finale, rendimento, bilancio energetico, emissioni inquinanti. E si scopre per esempio perché grandi speranze sono riposte nella cellulosa.
Il reportage è interamente disponibile, con dati numerici, grafici e animazioni, sul sito dell’edizione in inglese del periodico. Un ottimo sito, che appena l’ho scoperto è entrato tra i miei preferiti.

Fuoristrada all’amatriciana

giovedì 13 settembre 2007 6 commenti

Oggi leggiamo di improbabili scioperi della pastasciutta per protestare contro l’aumento dei prezzi per i prodotti alimentari, e in particolare dei derivati del grano. Ma in realtà la questione era già stata lanciata dalla stampa internazionale nelle settimane passate, con una spiegazione che va ben oltre il fumus dell’oligopolio collusivo lasciato spargere dalle associazioni italiane dei consumatori attorno alle imprese del settore.

Il problema sarebbe più serio e le cause andrebbero ricercate nei programmi energetici degli Stati Uniti: è stato posto infatti l’obiettivo che entro dieci anni il 25% del fabbisogno interno di carburanti sia coperto da carburanti di tipo non fossile e ciò ha determinato una rapida conversione delle piantagioni di cereali da finalità alimentari alla produzione di bioetanolo. Certo, meglio che bruciare petrolio, si dirà. In realtà la situazione è più complessa.

I dati dell’Economist non lasciano spazio a equivoci: i prezzi alla produzione delle sostanze alimentari hanno registrato in un anno una crescita del 30% (per i non alimentari è stata di un più modesto 7% ); quello del frumento è addirittura raddoppiato, e ciò sta portando ad aumenti da record dei prezzi dei generi di prima necessità: pane, pollo, uova, latte, carne.

A patirne le conseguenze peggiori non sono certamente Mastella (che si è proposto come testimonial dello sciopero della pastasciutta: è vero che le tragedie finiscono in farsa) o le famiglie italiane, ma i 2 miliardi di persone che ogni giorno lottano contro la fame. Per la prima volta, la tendenza alla riduzione dei decessi dovuti alla malnutrizione potrebbe invertirsi.

Ma forse abbandonare precocemente la strada dell’etanolo non è così inevitabile. E discutere di questo tralasciando gli effetti della crescita della popolazione e soprattutto degli stili di consumo energetico e di alimentazione dei paesi ricchi non è corretto: in fondo, per alleviare il problema, forse è meglio mangiare la pastasciutta che una bistecca. Ma uno che si chiama Trefiletti, ci riuscirà mai?

Categorie:ambiente, economia, mondo