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Archive for the ‘Chiesa’ Category

Down to the Hell

domenica 13 giugno 2010 Commenti disabilitati

“Qvesto govevno non lascevà nessuno indietvo”, dichiarava poche settimane fa il ministro Tremonti.

E infatti apprendiamo che la manovra correttiva appena approvata negherà in futuro gli 8,41 euro al giorno sinora riconosciuti come assegno di invalidità ai portatori di sindrome di Down. Riconosciuti, beninteso, solo se il reddito giornaliero dei disabili non supera i 12 euro.

Se questa trovata fosse estesa ai circa 38.000 portatori italiani di sindrome di Down si risparmierebbero circa 100 milioni di euro all’anno. In realtà saranno molti meno perché la norma si applicherà solo quelli che chiederanno l’assegno d’ora in poi, sempre che non abbiano già un reddito (cosa che già oggi li esclude dai benefici) o non siano affetti da altre patologie (così da raggiungere l’85% di invalidità che sarà necessario per percepire l’assegno).

Il costo dei 131 cacciabombardieri F35, dei 121 caccia Eurofighter, dei 2 sommergibili e del centinaio di elicotteri militari che in questi giorni il Ministero della Difesa ha confermato che saranno ordinati ammonta a 27 miliardi di euro.

P.S.: non mi pare che dalla Chiesa cattolica – quella che difende “la vita nascente” e reputa omicida chiunque ricorra all’aborto terapeutico – sia giunta alcuna parola a sostegno delle famiglie dei disabili.

Attacco al cuore dello Stato

venerdì 6 febbraio 2009 26 commenti

La decisione del Consiglio dei Ministri di sovvertire una sentenza definitiva (passata da tutti i gradi di giudizio e già vagliata dalla Corte Costituzionale) attraverso l’approvazione di un decreto-legge, nonostante esso sia privo del necessario avallo della Presidenza della Repubblica, non è solo un pesante sgarbo istituzionale: come dichiarato da autorevoli esponenti del Vaticano, il decreto risponde ad una esplicita richiesta di uno Stato estero, la Santa Sede. Ciò parrebbe già sufficiente ad interrogarsi su quanto questo governo sia in grado di mantenersi fedele alle istituzioni della Repubblica Italiana.

Non solo: la dichiarazione del presidente del Consiglio – che, di fronte ad un rifiuto del Quirinale a firmare il decreto, ha minacciato di convocare le Camere  ad horas (potere che non gli compete) per approvarlo in via ordinaria e di cambiare la Costituzione per accrescere i poteri del governo – è di una gravità inaudita nella storia della democrazia in Occidente degli ultimi 70 anni.

A questo punto, la questione travalica la penosa vicenda di Eluana Englaro, riguardo alla quale questo blog intende continuare rispettosamente a mantenere il silenzio chiesto mesi fa dalla famiglia.

Quello che è in gioco adesso è l’essenza stessa della democrazia in Italia.

Il perdono del papa ovvero: “Graecia capta ferum victorem cepit”

giovedì 29 gennaio 2009 7 commenti

Come osserva oggi Filippo Di Giacomo su La Stampa, la revoca della scomunica papale per i vescovi lefebvriani è avvenuta a 50 anni esatti dall’annuncio di Giovanni XXIII dell’indizione del Concilio Vaticano II, le cui determinazioni furono causa profonda dello scisma dei tradizionalisti, palesatosi solo nel 1988 con la consacrazione di quei vescovi senza il necessario placet papale.

I seguaci di monsignor Lefebvre sono noti soprattutto per il rifiuto di usare di norma le lingue correnti in luogo del latino nelle celebrazioni, come prescritto dal Concilio. Ma il mantenimento dello scisma su questo aspetto liturgico avrebbe di per sé ben poca ragion d’essere dopo che Benedetto XVI, nel 2006, ha riammesso motu proprio l’uso del vecchio messale tridentino. In realtà, la frattura generatasi con il Concilio correva molto più in profondità, e toccava alcuni aspetti essenziali nel ruolo della Chiesa nel mondo.

Non è un mistero che Lefebvre non sottoscrisse la dichiarazione conciliare Nostra Aetate che, nell’assicurare alcune aperture alla libertà religiosa, chiuse ogni spiraglio di legittimità all’antigiudaismo su base teologica che pure aveva contraddistinto la Chiesa cattolica in anni non troppo lontani. Di più: i tradizionalisti tutt’oggi rifiutano l’idea di una società e di una politica autonome dalla religione, e anzi avversano la definitiva rinuncia all’esercizio del potere temporale che lo stesso Concilio intese affermare. Di qui la loro radicale avversione a tutti i pontefici dopo Pio XII, considerati senza mezze misure usurpatori del trono petrino.

Su questi aspetti, va registrato che  da parte dei membri della Fraternità Sacerdotale San Pio X non vi è stato alcun passo indietro, né mediante documenti ufficiali né mediante dichiarazioni ufficiose (benché stiano dimostrando di essere piuttosto ciarlieri…). Salvo qualche datato richiamo generico all’obbedienza nei confronti dell’autorità papale, l’unico atto formale consiste infatti nella lettera di scuse del loro leader per le affermazioni negazionistiche di mons. Williamson: una lettera che, a partire dalla scelta di indirizzarla al pontefice anziché ai destinatari delle persecuzioni negate, non riconosce gli ebrei (e con loro a tutte le minoranze perseguitate) come interlocutori, confermando di fatto il passaggio dell’intervista secondo il quale “l’antisemitismo può essere cattivo solo quando è contro la verità. Ma se c’è qualcosa di vero non può essere cattivo“.

A questo punto si impongono alcuni interrogativi relativamente al significato del perdono papale per i levebvriani senza che questi paghino alcun dazio, sia pur formale, per la lacerazione dell’unità della Chiesa: è l’ennesimo inciampo nella strategia della curia vaticana, incapace – da Ratisbona in poi – di prevedere gli effetti delle proprie azioni? E’ da intendersi come l’accettazione all’interno della Chiesa dell’esistenza di posizioni in conflitto con il magistero, e la fine delle condanne comminate ai teologi eterodossi? Si spiega con una scelta di realpolitik, in base alla quale la riaffermazione dell’autorità del Papa ha un peso maggiore dell’unità dottrinaria? Oppure fa parte di una strategia di ritrattazione dell’impianto ecclesiologico sul quale l’intero Concilio è stato costruito, strategia peraltro in linea con i reiterati tentativi dell’attuale pontefice di fornirne “la corretta interpretazione”?

Fides aut Ratio, ovvero Valori non negoziabili

mercoledì 3 dicembre 2008 4 commenti

Proprio alla vigilia della Giornata Mondiale per la Disabilità, che si celebra oggi, la Santa Sede ha ribadito il rifiuto di ratificare la Convenzione sui diritti delle persone disabili delle Nazioni Unite perché agli art. 23 e 25 riconosce ai disabili parità di condizioni con gli altri cittadini nello sposarsi e “decidere liberamente e responsabilmente il numero di figli e il loro distanziamento temporale“, e nell’accedere a tutti i sanitari di assistenza e informazione sanitaria, incluso l’ambito sessuale. Secondo quanto la stravagante diplomazia vaticana afferma, la parità dei disabili con gli altri cittadini in questi campi significa che nei Paesi in cui sono ammessi l’aborto o i programmi di pianificazione familiare, la convenzione allargherebbe a nuove categorie di soggetti la possibilità di accedervi. E, si sa, la vita è un valore non negoziabile.

Valore non negoziabile è anche quello della famiglia, e per difendere quest’istituto la stessa Santa Sede ha deciso di non sottoscrivere la proposta che l’Unione Europea presenterà all’ONU allo scopo di depenalizzare ovunque l’omosessualità (che è reato in 90 Paesi, e in 22 addirittura punibile con la morte). In questo caso la motivazione ufficiale è ancora più astrusa: depenalizzare il reato per eliminare la discriminazione nei confronti delle minoranze di genere significa creare “nuove ed implacabili discriminazioni” nei confronti dei Paesi che non riconoscono le unioni tra persone dello stesso sesso. Come a dire: depenalizzare il consumo di alcool significa discriminare i Paesi in cui agli ubriachi non è permesso guidare gli autobus. O, se si preferisce, opporsi alla lapidazione delle adultere significa essere a favore dell’adulterio. Una follia logica, se non un consapevole primitivismo ideologico. Con buona pace dei troppi discorsi sulla razionalità della fede cristiana nei confronti dell’Islam, si assiste così all’ennesima alleanza tra fondamentalisti islamici e Vaticano, che preferisce coprirne i “crimini contro la vita” piuttosto che condividere il criterio tolleranza propugnato da quello stesso Occidente che si vuol far credere emanazione diretta del pensiero cristiano.

Di fronte a posizioni del genere si potrebbe scegliere il silenzio, evitando di fare da cassa di risonanza  ad affermazioni indifendibili, oppure commentare come ha fatto ieri il teologo Vito Mancuso secondo cui, si resta “davvero raggelati da un papato che ci attendevamo arcigno, antiquato, fedele alla peggiore tradizione preconciliare” ma che ora, mettendosi “pubblicamente allo stesso livello […] delle peggiori dittature” ha scelto la “strada senza ritorno” della “pura pratica di potere, conservazione di una eretica storia di dominio sulle terre, invece che di guida spirituale delle anime”: non è quindi un problema di volta in volta dei disabili, o degli omosessuali, o prima ancora delle persone in stato vegetativo, o delle coppie sterili, o dei malati di AIDS. E’ un problema che tocca chiunque viva in luoghi in cui la Chiesa pretende di dettare la linea alla politica.

Personalmente, prima di giungere a conclusioni troppo dure, attendo le mosse che di sicuro arriveranno presto da Oltretevere sul terzo valore non negoziabile, dopo vita e famiglia: la libertà di educazione dei figli. A quando la rinuncia unilaterale ai benefici per le scuole cattoliche, magari perché è negata loro la possibilità di dire che Darwin si è inventato tutto?

Update del 5 dicembre. Sono (quasi) un genio: la Conferenza Episcopale Italiana è intervenuta oggi sul terzo valore non negoziabile, ma per minacciare il governo italiano che ha tagliato i fondi (anche) per le scuole cattoliche. Il governo ha già promesso il ripristino dei fondi.

La lingua di Dio. E le parole di Fini

lunedì 7 aprile 2008 10 commenti

Lo Stato ha il diritto di pretendere che nelle moschee le preghiere si facciano in italiano perché così saremmo sicuri che si tratti di predicazione religiosa e non d’istigazione all’odio nei confronti delle altre religioni”. Lo ha affermato in un comizio a Frosinone l’ex presidente di AN Gianfranco Fini.

Che per affrontare il tema dell’immigrazione si scelga come palcoscenico proprio la multiculturale Ciociaria sembrerebbe denotare solo una cosa: il Popolo delle Libertà ha una maledetta paura che nel Lazio La Destra di Storace gli sottragga i voti necessari ad aggiudicarsi il premio regionale e i cinque senatori in più che esso assicurerebbe. Tuttavia questa sarebbe una lettura ingenerosa: si sa che Fini è di tutt’altra pasta dai soliti politici perché crede alle cose che dice.

E dunque che significa una simile dichiarazione? Di sicuro, dopo aver bevuto alla fonte benedetta di Fiuggi, il Nostro non ha nulla a che spartire con il suo passato da delfino di quell’Almirante che firmò il Manifesto della Razza. Perciò la dichiarazione di ieri non discrimina i musulmani d’Italia, ma invece è da ritenersi automaticamente estesa a tutti i culti religiosi.

Così, avremo presto i cattolici tradizionalisti che si vedranno vietato dalla questura il diritto a celebrare la messa in latino, e Ratzinger per ripicca toglierà la lingua di Dante dalle benedizioni Urbi et Orbi. Gli induisti saranno costretti a recitare i loro mantra in italiano, sebbene con forte accento regionale: a Napoli per esempio il celebre Ohm diventerà probabilmente Iàmme (del resto l’ascesi si può fare anche con la funicolare). Forse persino nei giardini zen compariranno delle moderne colonnine informative recanti le istruzioni per la meditazione tradotte in perfetto italiano. Scritte in stampatello, però, così anche Gasparri le capisce.

Spesso, a contendersi certi bacini elettorali si oltrepassa la soglia del ridicolo, ma dove condurrà il piano inclinato della ricerca del consenso facile? Prevedo che un giorno qualcuno si senta in diritto di imporre anche che le dichiarazioni dei politici possano essere lette solo a voce alta. Così da essere sicuri che nessuno osi rivolgere a mente agli autori di certe scemenze una sonora, prolungata pernacchia.

A scuola secondo la Verità dei Padri

lunedì 25 febbraio 2008 5 commenti

L’incredibile polemica sollevata da Avvenire contro l’Ordine dei Medici rischia di soffocare il dibattito sull’interessante editoriale apparso sabato sul giornale della CEI a firma di Giacomo Samek Lodovici. Il quale, beato lui, non solo non avrebbe timore ma addirittura auspica di vivere in un Paese dove le scuole siano un ghetto.

Secondo l’editorialista, compito dello stato è infatti “garantire la possibilità che i genitori di sinistra possano mandare i figli in scuole di sinistra, quelli liberali in scuole liberali, quelli cattolici in scuole di ispirazione cattolica, ecc.“, così che ciascuno riceva un’istruzione pienamente conforme alle convinzioni di chi lo ha messo al mondo, senza che venga corrotto dal contatto con coetanei e insegnanti di diversa estrazione culturale.

Ma Samek Lodovici, che è professore di filosofia come papà, non si limita a produrre slogan. Spiega anzi approfonditamente le motivazioni della sua richiesta la cui “posta in gioco – com’è noto – non è la tutela degli interessi dei cattolici“. Com’è noto, infatti, Avvenire tratta l’argomento in favore della scuola islamica di viale Jenner a Milano e non a beneficio del liceo dell’Opus Dei (solo maschile) dove insegna l’autore dell’articolo.

La scuola laica, per definizione, è “quella che presenta tutti i modelli di vita, in modo che lo studente scelga quello che più lo convince“. E tuttavia “un sistema scolastico che riesce ad avvicinarsi ad essere indifferente-neutrale e non propone e non valorizza nessuna cultura e nessun modello di vita, in realtà fa una precisa scelta culturale: quella del relativismo, in cui tutte le opzioni sono sullo stesso piano, e facilmente ingenera nello studente una visione relativista“. Discorso che non farebbe una grinza se solo venisse spiegata la ragione per la quale il pensiero liberale, cattolico, di sinistra sono degni di essere trasmessi e quello basato sulla presentazione della pluralità delle opinioni no.

Forse, come ipotizza Galatea, c’è il rischio che la trasmissione dei princìpi liberali, cattolici o di sinistra dei genitori possa essere bruscamente interrotta dal mero confronto con valori e principi differenti, quasi che ogni forma di scambio sia una pericolosa contaminazione per il fragile impianto concettuale del pensiero unico, quale che sia. Una sorta di autismo gnoseologico elevato a sistema.

E infatti, conclude l’editorialista, “poiché la trasmissione culturale dovrebbe essere trasmissione della verità, la scuola dovrebbe trasmettere principalmente (non esclusivamente) la verità, cioè quelle tesi e quei valori che essa ed i genitori che l’hanno scelta considerano vere“. Il nodo qui non sta tanto nel “non esclusivamente” messo tra parentesi, come ad affermare che un tot di menzogna possa trovare spazio in ore ed ore dedicate alla trasmissione della verità-tutta-intera.

Quello che stupisce è che il buon Samek Lodovici, affermando che la verità risiede in quanto credono i genitori, ha fornito l’affermazione più stupefacentemente relativista che io abbia mai sentito. Francamente, se è vero che gli alberi si riconoscono dai frutti, la chiosa di questo articolo rivela la preoccupante deriva a-dogmatica dell’autore. E così, dopo aver analizzato le piroette del suo virtuosistico argomentare, del relativismo inizio ad avere paura anch’io.

Le divisioni del Papa

sabato 19 gennaio 2008 6 commenti

Tanto tuonò che piovve. Per manifestare vicinanza a Benedetto XVI dopo la mancata visita alla Sapienza, per l’Angelus di domani si attende il tutto esaurito a piazza San Pietro: “i cattolici ma anche tutti i romani” sono stati infatti convocati dal cardinal vicario Camillo Ruini e al suo appello hanno risposto anche parrocchie e associazioni di molte parti d’Italia. Senza dubbio, molti avrebbero partecipato comunque alla preghiera: dall’elezione di Benedetto XVI le presenze all’Angelus sono raddoppiate, e in ogni caso domani ricorre la giornata della scuola cattolica, che già l’anno scorso vide la partecipazione di oltre 50.000 fedeli. Ma è agevole prevedere che domani si raggiungeranno numeri ben più consistenti.

Resta però discutibile la scelta nemmeno tanto velata di trasformare una celebrazione liturgica in una prova di forza, piegandone le finalità a quelle del perseguimento di una strategia politica. Quasi che dall’affollamento di piazza San Pietro possa generarsi un’icona di quelle divisioni del Papa di cui Stalin a suo tempo chiese sarcasticamente conto. Divisioni certamente disarmate, ma che in un momento di estrema fragilità del panorama politico nazionale risultano determinanti per il consenso. Non a caso, i politici di 2/3 dell’arco costituzionale hanno anticipato la propria partecipazione.

 

Nel frattempo, visto che la miglior difesa è l’attacco, dagli ambienti clericali è partito l’attacco contro il presidente nominato del CNR Luciano Maiani, reo di aver firmato – prima della nomina – l’ormai famosa lettera di contestazione della scelta di invitare il Pontefice all’inaugurazione dell’anno accademico dell’ateneo capitolino. Un attacco non isolato, visto che con singolare coincidenza temporale si affianca a quello contro l’ex presidente della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky, candidato alla presidenza della Compagnia di San Paolo di Torino, la fondazione bancaria legata all’omonimo istituto di credito. La colpa di Zagrebelsky? Secondo Luca Volonté, essere “laicista” e valdese.