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Archive for the ‘diario’ Category

Stato d’emergenza

venerdì 25 luglio 2008 1 commento

Forse il periodo di afasia per questo blog è terminato: non è tempo per essere disgustati o assuefatti.

Categorie:diario

Pausa blog

mercoledì 23 aprile 2008 2 commenti

Il blog chiude per qualche giorno causa trasferta di lavoro. Arrivederci al 29 aprile, Alitalia permettendo.

Categorie:diario Tag:,

La lingua di Dio. E le parole di Fini

lunedì 7 aprile 2008 10 commenti

Lo Stato ha il diritto di pretendere che nelle moschee le preghiere si facciano in italiano perché così saremmo sicuri che si tratti di predicazione religiosa e non d’istigazione all’odio nei confronti delle altre religioni”. Lo ha affermato in un comizio a Frosinone l’ex presidente di AN Gianfranco Fini.

Che per affrontare il tema dell’immigrazione si scelga come palcoscenico proprio la multiculturale Ciociaria sembrerebbe denotare solo una cosa: il Popolo delle Libertà ha una maledetta paura che nel Lazio La Destra di Storace gli sottragga i voti necessari ad aggiudicarsi il premio regionale e i cinque senatori in più che esso assicurerebbe. Tuttavia questa sarebbe una lettura ingenerosa: si sa che Fini è di tutt’altra pasta dai soliti politici perché crede alle cose che dice.

E dunque che significa una simile dichiarazione? Di sicuro, dopo aver bevuto alla fonte benedetta di Fiuggi, il Nostro non ha nulla a che spartire con il suo passato da delfino di quell’Almirante che firmò il Manifesto della Razza. Perciò la dichiarazione di ieri non discrimina i musulmani d’Italia, ma invece è da ritenersi automaticamente estesa a tutti i culti religiosi.

Così, avremo presto i cattolici tradizionalisti che si vedranno vietato dalla questura il diritto a celebrare la messa in latino, e Ratzinger per ripicca toglierà la lingua di Dante dalle benedizioni Urbi et Orbi. Gli induisti saranno costretti a recitare i loro mantra in italiano, sebbene con forte accento regionale: a Napoli per esempio il celebre Ohm diventerà probabilmente Iàmme (del resto l’ascesi si può fare anche con la funicolare). Forse persino nei giardini zen compariranno delle moderne colonnine informative recanti le istruzioni per la meditazione tradotte in perfetto italiano. Scritte in stampatello, però, così anche Gasparri le capisce.

Spesso, a contendersi certi bacini elettorali si oltrepassa la soglia del ridicolo, ma dove condurrà il piano inclinato della ricerca del consenso facile? Prevedo che un giorno qualcuno si senta in diritto di imporre anche che le dichiarazioni dei politici possano essere lette solo a voce alta. Così da essere sicuri che nessuno osi rivolgere a mente agli autori di certe scemenze una sonora, prolungata pernacchia.

Si torna a casa

martedì 13 novembre 2007 4 commenti

E si sa, le valigie al ritorno sono sempre più piene.

Cambio di parroco

martedì 2 ottobre 2007 6 commenti

Questa è una di quelle occasioni in cui si scopre che alle persone ci si affeziona di gran lunga più che alle istituzioni. E dodici anni sono davvero una vita.

Ciao, don Giovanni, e grazie per la tua capacità di ascoltare.

Auguri, nonno!

sabato 15 settembre 2007 10 commenti

Non so se anche di là si leggono i blog, ogni tanto, ma ci tengo a scriverti nell’eventualità che tu lo faccia. Oggi sono esattamente cento anni che sei nato. E lo hai fatto a casa, su un materasso imbottito di foglie di granturco, quello che molti molti anni dopo bruciammo insieme in campagna, ricordi?

Hai conosciuto tuo nonno che produceva finimenti per il bestiame, hai assistito all’arrivo del cinema a Mola, in piazza sul telo bianco, hai sentito le sirene degli attacchi aerei durante la prima guerra mondiale e visto le macerie delle bombe che colpirono la città. E tu, bambino, eri quasi felice perché, sfollando alla torre, smettesti di frequentare quella scuola che non ti piaceva poi tanto. Iniziasti presto ad andare a bottega, dal fabbro, e a 15 anni provasti anche a fare “l’imprenditore”: però, dài, mettere i pezzetti di fil di ferro sui binari della ferrovia per realizzare degli aghi da vendere di nascosto a buon mercato non era, ammettilo, una saggia idea…

Meglio imbarcarsi, unico della famiglia, anche se immagino quanta fatica fare il fuochista sulle navi a carbone, specie d’estate, ai tropici, quando avevi solo un litro d’acqua al giorno. E che rischio fu naufragare e rimanere disperso per più giorni. Ma così hai potuto vedere l’America e l’Europa, l’Africa, l’India e il Giappone.

Vedesti anche Palermo, ma non fu di sicuro un bel ricordo: le bombe americane sulla testa fischiavano forte sul porto proprio mentre tu, a terra, avevi da consegnare quella lettera segretissima del comandante. Quanto mi impressionò sentirti raccontare che, per paura di essere colpito e lasciarne il messaggio alla portata di chiunque, preferisti mangiarla! E poi l’8 settembre e la marcia fino a casa, scalzo, dove arrivasti così malconcio che nemmeno tua sorella poté riconoscerti.

E quel matrimonio troppo breve, quel tuo sogno enigmatico raccontato per lettera poco prima che ti raggiungesse la notizia: era nata una bambina, era sana, ma tua moglie era morta. Dopo qualche anno ti risposasti con nonna e allevaste insieme quella bambina: è stata fortunata, l’hai fatta crescere dandole tutto quello di cui aveva bisogno, ma non negare che sei stato un padre un po’ troppo rigido, eh!

Poi arrivai io e conobbi il tuo sorriso e le tue mani ormai morbide che trattenevano le mie, le partite a carte che inspiegabilmente vincevo sempre, le passeggiate al prato verde, e le scarrozzate sul sellino della tua bicicletta. E mi insegnasti tu a contare: avresti immaginato che ai numeri mi sarei appassionato tanto?

Mi accorgevo che gli occhi ti brillavano quando parlavi di me. Ma, credimi, valeva anche il reciproco. Peccato solo non aver capito che il saluto che ci scambiammo prima che io partissi in vacanza avrebbe in realtà preceduto un viaggio molto più lungo. Ma ho sempre saputo che, sia pure in silenzio, mi saresti rimasto accanto.

Categorie:diario, generazioni

This is the country of freedom

martedì 14 agosto 2007 20 commenti

La terra della libertà. Così il professore che mi ha fatto arrivare a Los Angeles definisce gli Stati Uniti: perché si può parlar male del Presidente senza essere discriminati (“mentre invece voi in Europa…“), perché si può sorpassare a destra o svoltare col rosso se non arriva nessuno e i novantenni rinnovano la patente ogni dieci anni come tutti tranne se investono qualcuno, perché se paghi puoi scegliere la targa col tuo nome, perché nessuno si meraviglia di incontrare in ufficio colleghi in pantofole di spugna o pronti a fare un tuffo in piscina durante la pausa pranzo (è giusto lì sotto… perché aspettare?).

E perché il campus ha studenti cinesi, indiani, greci e ciascuno vi trova un ristorante che porta la bandiera del proprio Paese (ma i camerieri no, chissà perché quelli sono tutti latinos). Perché puoi prendere gratis tutte le bustine di ketchup che desideri (“mentre invece voi in Europa…“) e stabilire tu quanto ghiaccio mettere nel bicchiere di Pepsi. Perché puoi scegliere tra venti gusti di acqua minerale e dieci colori di salsine da insalata (no, il gusto no: è sempre uguale). Perché servono tre minuti e una stretta di mano ad aprire un conto corrente e nemmeno sanno cosa siano le spese di chiusura conto. Perché puoi pagare plastic, con la carta di credito, dove voi e per qualunque importo e alla cassa sorridono sempre e ti salutano dicendo “have a good day“.

Perché tutti sono liberi di essere ottimisti e sfidare la sorte e scegliere di non fare l’assicurazione sanitaria. O di mangiare messicano senza aver prima ordinato da bere.

Categorie:diario, Stati Uniti