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Archive for the ‘storia’ Category

Le parole sono duomi

martedì 15 dicembre 2009 2 commenti

Oltre ad esprimere il mio disgusto verso tutte le forme di violenza, fisica e verbale, alle persone e agli organi costituzionali, vorrei mettere in fila alcune delle dichiarazioni odierne di esponenti di primissimo piano della maggioranza di governo.

Secondo il ministro della Giustizia Alfano quello di Tartaglia «non è il gesto di un folle». Più esplicito Umberto Bossi, per cui l’episodio di domenica «è terrorismo». Analoga l’interpretazione di Mara Carfagna: «l’impressione è che l’opposizione stia facendo come negli anni settanta, quando cullò al suo interno quelli che sarebbero diventati terroristi assassini». Per i membri laici del PDL al Consiglio Superiore della Magistratura,  Anedda e Saponara, i magistrati Ingroia e Spataro «hanno ampiamente contribuito a fomentare la violenza», mentre La Russa, Scajola e Cicchitto puntano il dito ora sui manifestanti del no-B day, ora su Travaglio, Santoro e Scalfari.

Secondo l’on. Gabriella Carlucci, «i social network si sono trasformati in pericolose armi in mano a pochi delinquenti che incitano alla violenza, all’odio sociale, alla sovversione» ed è pertanto «giunto il momento di eliminare definitivamente l’anonimato in rete». Guido Crosetto, insieme ad altri parlamentari, annuncia una denuncia a Di Pietro per istigazione a delinquere, e il coordinatore nazionale del movimento giovanile del PdL Francesco Pasquali ne chiede pure l’oscuramento del blog, sul quale «si respira la stessa aria di odio e violenza promossa dai gruppi facebook e da Indymedia». Per l’oscuramento, non solo dei siti che istigano o inneggiano alla violenza, ma anche a quelli con «messaggi d’odio», sono pure i ministri Ronchi e Gelmini, mentre il ministro dell’Interno Maroni promette che li accontenterà. La civiltà dell’Amore, evidentemente.

Una sintesi esaustiva è qauella del vicedirettore del Giornale Alessandro Sallusti, per il quale un aggressore in cura psichiatrica da 18 anni «non attenua neppure di un millimetro le responsabilità politiche: anche i mattacchioni si abbeverano alle tesi di La Repubblica, dei Santoro, dei Travaglio, dei Di Pietro». ma non solo Di Pietro: anche Bersani e Casini: «ieri sera sono stati tutti accontentati». E poi: «Quanto vale la solidarietà di Casini, quanto quella di Fini?». E visto che «i cattivi maestri pontificano, mentre cretini, delinquenti e pazzi agiscono, il tutto sotto l’ombrello della Costituzione», la conclusione è fin troppo ovvia: «Cambiamola, questa Costituzione, facciamo subito le riforme».

A mo’ di promemoria:

«Gli articoli 114, 115, 117, 118, 123, 124 e 153 della Costituzione sono sospesi fino ad ulteriore avviso. È pertanto possibile: restringere i diritti di libertà personale, libertà di espressione, compresa la libertà di stampa, la libertà di organizzazione ed assemblea, la riservatezza di corrispondenza, posta, telegrammi e telefonate, ordinare perquisizioni e confische e limitare la proprietà, anche se questo non è altrimenti previsto dalla legge attuale» (Decreto dell’incendio del Reichstag, 28 febbraio 1933).

L'incendio del Reichstag (Berlino, 27 febbraio 1933).

Puer centum annorum: don Bruno Aloia parroco del Novecento

sabato 2 maggio 2009 6 commenti

Martedì 5 maggio alle 19.30 presso la chiesa del SS. Rosario a Mola di Bari sarà presentato il volume Puer centum annorum – Don Bruno Aloia parroco del Novecento, edizioni UTE, a cura di A. Giovanna Ungaro.

L’opera si inserisce in un più ampio progetto dell’Università della Terza Età di Mola di Bari finalizzato all’analisi di luoghi, eventi e personaggi che hanno caratterizzato la storia locale. Tramandarne la memoria significa infatti fare storia per ricercare le radici sulle quali è costruita la nostra identità.

don-bruno-aloiaIl volume racconta la vita di don Bruno Aloia (1914-2007), parroco del SS. Rosario dal 1946 al 1983 e a lungo tra i protagonisti della vita pubblica molese. Alla sezione biografica segue l’analisi critica delle sue pubblicazioni e una raccolta di testimonianze da parte di chi ha avuto modo di conoscerlo da vicino e ha raccontato episodi che contribuiscono a delineare la complessa personalità del sacerdote molese e ad inquadrarla nei luoghi e nei tempi in cui ha operato.

Nel ripercorrere la sua vicenda umana è stato infatti possibile ricostruire anche i cambiamenti storico-sociali di Mola e, fra le righe, quelli dell’Italia intera lungo tutto il corso del Novecento: dagli effetti sociali della Grande Guerra, all’avvento della Repubblica, dal collateralismo democristiano al Concilio Vaticano II e al fermento, non privo di contestazioni, che ne seguì.

Con le parole della curatrice del volume, il lavoro «non nasce dalla nostalgia o dal mero desiderio di raccogliere i ricordi individuali. Non nasce neanche solo dalla volontà di permettere alle generazioni che seguiranno di conoscere le sfaccettature della personalità di don Bruno. Suo obiettivo è riconoscere – nei racconti, negli aneddoti, nelle storie di vita e nei modi di dire che in qualche modo sono diventati risorse codificate – la memoria collettiva di tutti i molesi».

Il perdono del papa ovvero: “Graecia capta ferum victorem cepit”

giovedì 29 gennaio 2009 7 commenti

Come osserva oggi Filippo Di Giacomo su La Stampa, la revoca della scomunica papale per i vescovi lefebvriani è avvenuta a 50 anni esatti dall’annuncio di Giovanni XXIII dell’indizione del Concilio Vaticano II, le cui determinazioni furono causa profonda dello scisma dei tradizionalisti, palesatosi solo nel 1988 con la consacrazione di quei vescovi senza il necessario placet papale.

I seguaci di monsignor Lefebvre sono noti soprattutto per il rifiuto di usare di norma le lingue correnti in luogo del latino nelle celebrazioni, come prescritto dal Concilio. Ma il mantenimento dello scisma su questo aspetto liturgico avrebbe di per sé ben poca ragion d’essere dopo che Benedetto XVI, nel 2006, ha riammesso motu proprio l’uso del vecchio messale tridentino. In realtà, la frattura generatasi con il Concilio correva molto più in profondità, e toccava alcuni aspetti essenziali nel ruolo della Chiesa nel mondo.

Non è un mistero che Lefebvre non sottoscrisse la dichiarazione conciliare Nostra Aetate che, nell’assicurare alcune aperture alla libertà religiosa, chiuse ogni spiraglio di legittimità all’antigiudaismo su base teologica che pure aveva contraddistinto la Chiesa cattolica in anni non troppo lontani. Di più: i tradizionalisti tutt’oggi rifiutano l’idea di una società e di una politica autonome dalla religione, e anzi avversano la definitiva rinuncia all’esercizio del potere temporale che lo stesso Concilio intese affermare. Di qui la loro radicale avversione a tutti i pontefici dopo Pio XII, considerati senza mezze misure usurpatori del trono petrino.

Su questi aspetti, va registrato che  da parte dei membri della Fraternità Sacerdotale San Pio X non vi è stato alcun passo indietro, né mediante documenti ufficiali né mediante dichiarazioni ufficiose (benché stiano dimostrando di essere piuttosto ciarlieri…). Salvo qualche datato richiamo generico all’obbedienza nei confronti dell’autorità papale, l’unico atto formale consiste infatti nella lettera di scuse del loro leader per le affermazioni negazionistiche di mons. Williamson: una lettera che, a partire dalla scelta di indirizzarla al pontefice anziché ai destinatari delle persecuzioni negate, non riconosce gli ebrei (e con loro a tutte le minoranze perseguitate) come interlocutori, confermando di fatto il passaggio dell’intervista secondo il quale “l’antisemitismo può essere cattivo solo quando è contro la verità. Ma se c’è qualcosa di vero non può essere cattivo“.

A questo punto si impongono alcuni interrogativi relativamente al significato del perdono papale per i levebvriani senza che questi paghino alcun dazio, sia pur formale, per la lacerazione dell’unità della Chiesa: è l’ennesimo inciampo nella strategia della curia vaticana, incapace – da Ratisbona in poi – di prevedere gli effetti delle proprie azioni? E’ da intendersi come l’accettazione all’interno della Chiesa dell’esistenza di posizioni in conflitto con il magistero, e la fine delle condanne comminate ai teologi eterodossi? Si spiega con una scelta di realpolitik, in base alla quale la riaffermazione dell’autorità del Papa ha un peso maggiore dell’unità dottrinaria? Oppure fa parte di una strategia di ritrattazione dell’impianto ecclesiologico sul quale l’intero Concilio è stato costruito, strategia peraltro in linea con i reiterati tentativi dell’attuale pontefice di fornirne “la corretta interpretazione”?

Il Burattinaio

sabato 1 novembre 2008 30 commenti

«Ho una vecchiaia serena. Tutte le mattine parlo con le voci della mia coscienza, ed è un dialogo che mi quieta. Guardo il Paese, leggo i giornali e penso: ecco qua che tutto si realizza poco a poco, pezzo a pezzo. Forse sì, dovrei avere i diritti d’autore. La giustizia, la tv, l’ordine pubblico. Ho scritto tutto trent’anni fa».

Con queste parole il 23 settembre 2003 si apriva l’intervista di Concita Di Gregorio a Licio Gelli, per uno strano scherzo del caso pubblicata su La Repubblica proprio il giorno in cui tutta l’Italia si svegliava vittima del blackout.

La storia del Venerabile Maestro della Loggia massonica P2, dalle esperienze lunghe mezzo secolo al fianco dei dittatori in Europa e Sudamerica, ai reiterati sospetti di coinvolgimento personale nei peggiori eventi della storia italiana del dopoguerra, sino alla guida dell’associazione segreta infiltrata in tutti i principali luoghi del potere (politico, militare, economico, dell’informazione), e alla condanna per depistaggio nella strage di Bologna, è materia che non può essere riassunta adeguatamente in poche righe.

Tre sole pagine, invece, furono sufficienti a Gelli per delineare il suo Piano di Rinascita Democratica, una via di mezzo tra un memorandum e un manifesto politico che fissava il percorso di riforme per una svolta autoritaria in Italia. E’ a quel piano che Gelli fa riferimento quando invoca il suo diritto d’autore per quello che accade in Italia in questi ultimi anni.

Non mi dilungherò ad analizzare le singole misure prescritte dal documento di Gelli, e a verificare che – per uno strano scherzo del caso – esse somigliano a programmi o riforme già attuate in questi anni da governi in qualche modo contigui all’esperienza della P2. Ritengo più interessante interrogarsi sulle ragioni per cui l’ex Venerabile, a 89 anni, ha deciso di rilasciare proprio adesso delle interviste che andranno a costituire un programma televisivo in più puntate sulla storia d’Italia. Il polverone mediatico, e le molte dichiarazioni allarmate (da parte della sola opposizione: chissà perché, oggi Cicchitto tace) hanno infatti dato nuova linfa al dibattito attorno alla non specchiata natura democratica di questo governo. Gelli, che  agì sempre in funzione anticomunista, si è convertito alle ragioni della sinistra ed elogia Berlusconi perché vuole indebolirlo? O intende, viceversa, agitare lo straccio allo scopo di accrescere la contrapposizione nel Paese e radicalizzare gli animi, come fa un qualunque agente provocatore?

Nella foto in alto, Licio Gelli ai tempi della P2. La foto in basso, invece, è stata messa qui per uno strano scherzo del caso.

La lingua di Dio. E le parole di Fini

lunedì 7 aprile 2008 10 commenti

Lo Stato ha il diritto di pretendere che nelle moschee le preghiere si facciano in italiano perché così saremmo sicuri che si tratti di predicazione religiosa e non d’istigazione all’odio nei confronti delle altre religioni”. Lo ha affermato in un comizio a Frosinone l’ex presidente di AN Gianfranco Fini.

Che per affrontare il tema dell’immigrazione si scelga come palcoscenico proprio la multiculturale Ciociaria sembrerebbe denotare solo una cosa: il Popolo delle Libertà ha una maledetta paura che nel Lazio La Destra di Storace gli sottragga i voti necessari ad aggiudicarsi il premio regionale e i cinque senatori in più che esso assicurerebbe. Tuttavia questa sarebbe una lettura ingenerosa: si sa che Fini è di tutt’altra pasta dai soliti politici perché crede alle cose che dice.

E dunque che significa una simile dichiarazione? Di sicuro, dopo aver bevuto alla fonte benedetta di Fiuggi, il Nostro non ha nulla a che spartire con il suo passato da delfino di quell’Almirante che firmò il Manifesto della Razza. Perciò la dichiarazione di ieri non discrimina i musulmani d’Italia, ma invece è da ritenersi automaticamente estesa a tutti i culti religiosi.

Così, avremo presto i cattolici tradizionalisti che si vedranno vietato dalla questura il diritto a celebrare la messa in latino, e Ratzinger per ripicca toglierà la lingua di Dante dalle benedizioni Urbi et Orbi. Gli induisti saranno costretti a recitare i loro mantra in italiano, sebbene con forte accento regionale: a Napoli per esempio il celebre Ohm diventerà probabilmente Iàmme (del resto l’ascesi si può fare anche con la funicolare). Forse persino nei giardini zen compariranno delle moderne colonnine informative recanti le istruzioni per la meditazione tradotte in perfetto italiano. Scritte in stampatello, però, così anche Gasparri le capisce.

Spesso, a contendersi certi bacini elettorali si oltrepassa la soglia del ridicolo, ma dove condurrà il piano inclinato della ricerca del consenso facile? Prevedo che un giorno qualcuno si senta in diritto di imporre anche che le dichiarazioni dei politici possano essere lette solo a voce alta. Così da essere sicuri che nessuno osi rivolgere a mente agli autori di certe scemenze una sonora, prolungata pernacchia.

Il giorno della memoria

domenica 27 gennaio 2008 4 commenti

Prima vennero per i comunisti,
e io non dissi nulla perché non ero comunista.

Poi vennero per gli ebrei,
e io non dissi nulla perché non ero ebreo.

Quindi vennero per gli intellettuali,
e io non dissi nulla perché non ero un intellettuale.

E il giorno che vennero a prendere me
non era rimasto nessuno
che potesse dire qualcosa.

(Martin Niemöller, pastore evangelico deportato a Dachau)

Memorie del sottosuolo

martedì 4 dicembre 2007 15 commenti

La proposta circola più o meno osteggiata ormai da qualche anno. Nell’ambito della riprogettazione di piazza XX settembre a Mola è prevista la realizzazione di un parcheggio interrato per qualche decina di posti auto, finalizzato a soddisfare le esigenze dei residenti. Tanto si è scritto e detto sull’utilità, l’estetica, le difficoltà tecniche e le implicazioni economiche dell’operazione. Mi soffermo perciò solo su un aspetto, sollecitatomi da alcuni commenti apparsi qualche giorno fa su un post dedicato all’argomento.

Il territorio di Mola, anche in area urbana, è connotato dalla presenza di lame spesso ormai colmate, non ultima quella che scorreva in corrispondenza di Corso Umberto e che sfociava in mare nella depressione che separava il Castello Angioino dalla città vecchia. E, come per le altre lame alle zone inedificate (piazza Risorgimento, piazza degli Eroi, largo via Regina Margherita, via Settembrini, etc.) corrisponde quasi sempre una cavità sotterranea, è opportuno chiedersi perché la forma di piazza XX settembre è così anomala. In particolare, perché la piazzetta dell’edicola non è mai stata edificata? Perché Palazzo Roberti fu costruito a tale distanza dall’asse viario che conduceva dalla città vecchia verso monte? Soprattutto, come spiegare l’enorme slargo rettangolare corrispondente alla piazzetta di Doña Flor?

piazza02Sappiamo che questa è stata usata per secoli come area di mercato, ma a tale scopo sarebbe stata sufficiente l’area tra Palazzo Roberti e la fontana monumentale. Né motivi di sicurezza possono spiegare i 60 metri che separano le antiche mura della città vecchia, fra il torrione e l’inizio di via Vittorio Veneto, dai primi edifici a monte di via Di Vagno. Evidentemente, al di sotto della piazzetta c’è qualcosa che ha impedito l’edificazione su quell’area.

piazza01.jpgA questo punto acquisiscono un peso diverso le parole che mi furono riferite da uno dei più informati – e purtroppo snobbati – tra i cultori di storia locale, il quale mi raccontò cosa seppe da un vecchio operaio che aveva lavorato alla piantumazione dei pini in piazza: quando essi furono piantati sulla piazzetta (dove ora ci sono le querce), durante gli scavi emersero delle tombe, con le ossa e forse un piccolo corredo di vasellame. Soprattutto, pare che esse non fossero realizzate scavando la roccia o delimitando le sepolture con pietre calcaree, ma usando dei laterizi. Tecnica del tutto inusuale che lascia molti dubbi di datazione.

Un fatto certo è che in passato solo i canonici o i nobili venivano sepolti all’interno delle chiese: tutti gli altri erano inumati in aree ad hoc, all’aperto. Prima che a Mola venisse costruito l’attuale cimitero, all’inizio dell’Ottocento, dove avevano luogo queste sepolture?