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Posts Tagged ‘Benedetto XVI’

Il perdono del papa ovvero: “Graecia capta ferum victorem cepit”

giovedì 29 gennaio 2009 7 commenti

Come osserva oggi Filippo Di Giacomo su La Stampa, la revoca della scomunica papale per i vescovi lefebvriani è avvenuta a 50 anni esatti dall’annuncio di Giovanni XXIII dell’indizione del Concilio Vaticano II, le cui determinazioni furono causa profonda dello scisma dei tradizionalisti, palesatosi solo nel 1988 con la consacrazione di quei vescovi senza il necessario placet papale.

I seguaci di monsignor Lefebvre sono noti soprattutto per il rifiuto di usare di norma le lingue correnti in luogo del latino nelle celebrazioni, come prescritto dal Concilio. Ma il mantenimento dello scisma su questo aspetto liturgico avrebbe di per sé ben poca ragion d’essere dopo che Benedetto XVI, nel 2006, ha riammesso motu proprio l’uso del vecchio messale tridentino. In realtà, la frattura generatasi con il Concilio correva molto più in profondità, e toccava alcuni aspetti essenziali nel ruolo della Chiesa nel mondo.

Non è un mistero che Lefebvre non sottoscrisse la dichiarazione conciliare Nostra Aetate che, nell’assicurare alcune aperture alla libertà religiosa, chiuse ogni spiraglio di legittimità all’antigiudaismo su base teologica che pure aveva contraddistinto la Chiesa cattolica in anni non troppo lontani. Di più: i tradizionalisti tutt’oggi rifiutano l’idea di una società e di una politica autonome dalla religione, e anzi avversano la definitiva rinuncia all’esercizio del potere temporale che lo stesso Concilio intese affermare. Di qui la loro radicale avversione a tutti i pontefici dopo Pio XII, considerati senza mezze misure usurpatori del trono petrino.

Su questi aspetti, va registrato che  da parte dei membri della Fraternità Sacerdotale San Pio X non vi è stato alcun passo indietro, né mediante documenti ufficiali né mediante dichiarazioni ufficiose (benché stiano dimostrando di essere piuttosto ciarlieri…). Salvo qualche datato richiamo generico all’obbedienza nei confronti dell’autorità papale, l’unico atto formale consiste infatti nella lettera di scuse del loro leader per le affermazioni negazionistiche di mons. Williamson: una lettera che, a partire dalla scelta di indirizzarla al pontefice anziché ai destinatari delle persecuzioni negate, non riconosce gli ebrei (e con loro a tutte le minoranze perseguitate) come interlocutori, confermando di fatto il passaggio dell’intervista secondo il quale “l’antisemitismo può essere cattivo solo quando è contro la verità. Ma se c’è qualcosa di vero non può essere cattivo“.

A questo punto si impongono alcuni interrogativi relativamente al significato del perdono papale per i levebvriani senza che questi paghino alcun dazio, sia pur formale, per la lacerazione dell’unità della Chiesa: è l’ennesimo inciampo nella strategia della curia vaticana, incapace – da Ratisbona in poi – di prevedere gli effetti delle proprie azioni? E’ da intendersi come l’accettazione all’interno della Chiesa dell’esistenza di posizioni in conflitto con il magistero, e la fine delle condanne comminate ai teologi eterodossi? Si spiega con una scelta di realpolitik, in base alla quale la riaffermazione dell’autorità del Papa ha un peso maggiore dell’unità dottrinaria? Oppure fa parte di una strategia di ritrattazione dell’impianto ecclesiologico sul quale l’intero Concilio è stato costruito, strategia peraltro in linea con i reiterati tentativi dell’attuale pontefice di fornirne “la corretta interpretazione”?

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Benedetto e la sapienza

martedì 15 gennaio 2008 66 commenti

L’appello, firmato da 67 docenti e condiviso da molti altri, è di quelli destinati alla prima pagina dei giornali: papa Benedetto XVI non tenga il discorso inaugurale all’apertura del nuovo anno accademico dell’università La Sapienza di Roma, perché, secondo le parole degli estensori del documento, questo «evento incongruo», questa «sconcertante iniziativa», stride con l’autonomia del sapere rivendicato dall’accademia sin dai tempi di Cartesio e conseguito faticosamente già nel Settecento. Tanto più che l’allora cardinal Ratzinger in un discorso del 1990 ha mostrato di condividere la posizione del filosofo Feyerabend, secondo il quale la condanna a Galileo fu «razionale e giusta, e solo l’opportunità politica ne può legittimare la revisione».

Ritengo intempestiva la richiesta dei docenti, formulata a pochi giorni dall’evento e perciò destinata a sicuro insuccesso. Ed è facile il gioco di chi giudica pretestuoso contestare la liceità dell’intervento del pontefice all’inaugurazione dell’anno accademico richiamando il processo a Galileo, avvenuto quattro secoli fa. Ben più efficace per i professori sarebbe stato invece ricordare le parole dell’enciclica Spe salvi, pubblicata da Benedetto XVI solo poche settimane fa, laddove scrive: «la ragione ha bisogno della fede per arrivare ad essere totalmente se stessa».

E se da un lato la comunità scientifica non può ritrarsi dall’ascoltare le posizioni del Papa senza entrare in contraddizione con l’apertura propria del metodo scientifico e a-dogmatico che pure vuole difendere, dall’altro è paradossale ritenere l’appello dei docenti una forma di censura verso le posizioni cattoliche. Non esiste libertà di parola se essa non si accompagna alla libertà di dissenso, e chi nega agli altri la seconda non può invocare per sé la prima.

Chiediamo perciò al Papa di manifestare la forza delle tesi che sostiene, imitando l’atteggiamento del premier iraniano Ahmadinejad il quale, invitato alla Columbia University lo scorso settembre, non solo ebbe la possibilità di esprimere le proprie idee ma anche il coraggio di non sottrarsi da un accesissimo dibattito con docenti e studenti di quella università.

Del resto se Paolo di Tarso all’areopago non rinunciò al dialogo con i filosofi pagani, non si capisce perché Benedetto XVI debba sentirsi in diritto di esimersi da ogni contraddittorio.

Edit: tra i molti interventi in merito alla vicenda, segnalo alcuni blog più e meno famosi.