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400 milioni e una domanda

giovedì 5 marzo 2009 2 commenti

Non sono sicuro che i quesiti del referendum elettorale previsto per questa primavera siano la panacea di tutti i mali. Di più: non sono affatto sicuro che lo strumento referendario sia in sé sufficiente a garantire la necessaria compartecipazione dei cittadini alle scelte della politica.

Alla stessa maniera, non credo che 400 milioni di euro bastino ad una manovra economica per arginare la crisi: le emergenze non potrebbero certamente essere risolte neanche avendo a disposizione i fondi necessari a garantire sei mesi di cassa integrazione a 100.000 lavoratori precari, o ad assicurare un anno di social card a un milione di pensionati, o a pagare il carburante necessario alla circolazione di 50.000 pattuglie di polizia in più ogni giorno per un anno, e neanche per assumere insegnanti sufficienti ad estendere il tempo pieno a tutte le prime classi elementari d’Italia per quasi tre anni.

Però aiuterebbero.

E allora, ministro Maroni, perché lei vuole fissare il referendum il 14 giugno, ossia nella domenica compresa tra l’election day e il secondo turno delle amministrative?  In quella data sarebbe impossibile raggiungere il necessario quorum, visto che i cittadini sarebbero chiamati alle urne tre volte in 15 giorni.

Ha qualcosa a che vedere il fatto che la vittoria del sì al referendum non conviene al suo partito?

Una riforma elettorale per la governabilità

sabato 2 febbraio 2008 Commenti disabilitati

In tempi di modifiche della legge elettorale uno dei requisiti più invocati è l’ineffabile governabilità che un sistema ben fatto dovrebbe assicurare. La materia è ostica e intricata , ma non credo che sia necessario essere degli esperti in ingegneria elettorale per comprendere che dietro la tanto agognata governabilità si nascondono diversi requisiti. Ad una prima riflessione essi consistono nella capacità di un meccanismo di elezione del Parlamento (o di qualsiasi altra assemblea elettiva) di assicurare:
(a) l’esistenza di una maggioranza;
(b) la stabilità della maggioranza, ossia che essa (b1) non sia sotto scacco dei piccoli partiti, e (b2) sia costituita da componenti con politiche affini tra loro.

Quando non vi siano due soli partiti, il punto (a) è automaticamente assicurato solo se vige un sistema elettorale che preveda un unico premio di maggioranza da assegnarsi alla lista o alla coalizione più votata. Era ciò che il Calderolum o Porcellum che dir si voglia prevede alla Camera. L’effetto però è stato che nelle politiche del 2006 una coalizione ha potuto godere di ampi margini in Parlamento pur avendo prevalso sull’altra per poche migliaia di voti (25000, escludendo l’estero e la Valle d’Aosta). Se si condivide la necessità di garantire il punto (a), tuttavia, proteste analoghe a quelle della Casa delle Libertà (“l’Unione non può governare da sola, perché ha vinto le elezioni di poco”) devono essere considerate irricevibili.

Per il soddisfacimento del punto (b1) (maggioranze stabili), non è sufficiente che il premio di maggioranza assicurato dal punto (a) sia ampio a sufficienza, ma è richiesto anche che le forze politiche al di sotto di una certa soglia di voti siano escluse dalla ripartizione dei seggi. Ciò può essere raggiunto con un meccanismo esplicito o uno implicito. Il meccanismo esplicito, non previsto dal Porcellum, è la soglia di sbarramento propria ad esempio del sistema tedesco. Il meccanismo implicito è assicurato dai sistemi, anche di tipo proporzionale, che prevedono circoscrizioni elettorali piccole e nessun recupero nazionale dei resti (come accade nel sistema spagnolo). Però sia nel primo sia nel secondo caso è possibile vanificare le regole se nelle liste di candidati dei partiti più grandi di ciascuna coalizione trovano spazio esponenti dei partiti più piccoli. Da qui la necessità di introdurre un ulteriore requisito della legge elettorale che assicuri la governabilità: (c) il voto di preferenza. Con esso, infatti, politici con scarso o scarsissimo seguito, come buona parte degli esponenti dei partiti minori che alle ultime elezioni hanno trovato posto nelle liste degli alleati più grandi, probabilmente non avrebbero avuto i consensi necessari a prevalere all’interno delle liste ospitanti. Ne consegue che un sistema elettorale privo di soglia di sbarramento o anche solo caratterizzato dalle liste bloccate all’atto pratico difficilmente può risultare efficace al raggiungimento della governabilità.

Il punto (b2), ossia l’affinità tra le liste apparentate, è in contraddizione con la necessità delle coalizioni di ottenere almeno un voto più degli avversari così da conseguire il premio di maggioranza prescritto dal punto (a). In assenza di appositi correttivi, il potere di ricatto dei partitini è elevato: per dare efficacia al meccanismo di voto essi devono pertanto essere messi nella condizione di non poter minacciare i partiti più grandi di presentarsi da soli. Un possibile rimedio consiste nel prevedere che il premio di maggioranza venga assegnato alla coalizione che abbia raccolto la maggioranza relativa di voti, ma escludendo i voti andati alle liste sotto la soglia di sbarramento.

Ulteriori aspetti sin qui non trattati riguardano la scelta se adottare collegi uninominali o circoscrizioni più ampie dalla quali eleggere più di un candidato e la possibilità, nel primo caso, di ricorrere a un turno unico o a più turni. Ma alla luce delle considerazioni precedenti appare chiaro che i collegi uninominali non sono compatibili né col premio di maggioranza, né con il contenimento del potere di interdizione dei piccoli partiti. Inoltre, la presenza di un doppio turno elettorale può essere utile, ma solo per la scelta della coalizione vincente e non anche dei singoli candidati, secondo un approccio già ampiamente sperimentato nel caso della legge in vigore per le elezione dei sindaci nei comuni con con più di 15.000 abitanti.

Il “sindaco d’Italia“, secondo una formula che nella ridda di proposte sembra essere rimasta in secondo piano, potrebbe perciò essere la soluzione per l’impasse istituzionale che sta attraversando l’Italia. Ha solo un difetto: richiede di intervenire sulla Costituzione in modo da adeguarla all’elezione diretta del premier e rafforzare il sistema dei contrappesi per bilanciare il poteri dello Stato.